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29 March 2015 @ 12:14 am
Elendínen, una storia inaspettata - Capitolo V, Ore infelici  
So che mi avevate dato per dispersa, ma questo capitolo è stato veramente impegnativo e mi ha portato via molto tempo. Ma ho pensato di ripagare questa vostra attesa con un capitolo dalla lunghezza doppia: bella trovata, non vi pare? Scherzi a parte, mi dispiace propinarvi questa epopea, ma non volevo dividere questa parte in due: sembrava come sa la stessi interrompendo nel momento sbagliato. Quindi, avete preparato il collirio rinfrescante per i vostri occhi? Si legge!
Doppio capitolo, doppia musica! Axe or Sword? & The Sims Medieval main theme.

Titolo: Elendínen, una storia inaspettata
Capitolo: 5 - Ore infelici
Capitoli precedenti: 1 - 2 - 3 - 4

I miei occhi fecero fatica ad abituarsi all'oscurità di Erebor. Gli antichi splendori narrati nelle leggende erano solo un lontano ricordo: gli antri una volta dorati erano ormai rovinati dalle esalazioni di Smaug e un tanfo di drago e di morte si sprigionava dalle sale decadenti. I Nani avrebbero sicuramente ripristinato la bellezza della Montagna, Thorin avrebbe lavorato sodo per far brillare di nuovo le cavità della sua dimora. Sempre che un Thorin fosse ancora vivo.
Anche i miei quattro amici di viaggio si chiedevano se questa fosse davvero la loro casa. Si guardavano intorno stupefatti, non riuscendo ad assimilare la degradazione che prosperava in ogni angolo. Superato con una fitta allo stomaco questo inizio poco promettente, cominciarono a chiamare, o meglio, ad urlare i nomi dei loro compagni.
«Bombur? Bifur? Qualcuno riesce a sentirci?»
Come risposta udimmo un fruscio. Chissà cosa avevamo attirato con tutto quel baccano. Portai una mano sull'impugnatura della daga, tenendomi pronta a scattare nel caso avessi visto un viso nemico.
«Andate via, siete ancora in tempo», disse una voce.
Accesi una torcia e feci luce nella direzione giusta.
«È Bilbo! È vivo!», esclamò contento Bofur.
Bilbo non sembrava esattamente felice di vederci: avevi gli occhi spenti e stanchi ed era giù di morale.
Poi sentimmo una voce provenire impetuosa e furiosa dal cuore della Montagna.
«Ho detto continuate a cercare!»
«È Thorin!», esclamai, «C'è qualcosa che non va?», chiesi a Bilbo, «Mi sembri esasperato», continuai. “E lo sembra anche Thorin”, aggiunsi mentalmente.     
«Ho cercato di parlargli, ma non vuole ascoltarmi», rispose Bilbo.
«Di che cosa state parlando?», domandò Oin confuso.
«Di Thorin. Passa interi giorni lì... Non mangia, non dorme. Non è più lo stesso. Credo sia questo posto: vi grava come una malattia...»
Le risposte di Bilbo continuavano a mettermi ansia.
«Ti prego, portaci da lui», gli dissi.
Lo hobbit non disse niente, ci fece semplicemente strada.
Attraversammo vari ponti e scendemmo diverse rampe di scale; andavamo giù, sempre più giù verso l'interno di Erebor. E più scendevamo, più il mio cuore si stringeva e diventava piccolo: in quel preciso istante non ero così sicura che avrei rivisto il sole splendere alto nel cielo e desiderai che un fianco della montagna precipitasse per lasciare filtrare un raggio dorato memoria di Laurelin.
Com'era ironica la risposta a quel desiderio. Ai miei occhi si palesò una visione sì aurea, ma non naturale come quella sperata.
Bilbo ci aveva condotto in un'enorme sala dov'era raccolto il più grande dei tesori: un infinito mare dorato si perdeva alla vista. E da questo mare dorato si ergevano scogli di gioielli, di armature preziose e di oggetti altrettanto pregiati.
Era la tana di Smaug, eravamo giunti nel luogo dove il Drago aveva ammucchiato tutta la ricchezza di Erebor, dove il Serpente aveva avidamente dormito e perfidamente covato quell'immensa fortuna.
Ed immersa in quel mare pietroso vi era la compagnia di Thorin Scudodiquercia, che passava al setaccio ogni singola monetina di quell'ingente tesoro. Anche la loro guida era intenta nella stessa operazione, e cercava e cercava senza darsi pace.
All'inizio non si accorse della nostra presenza, ma poi sollevò la testa e ci scrutò uno per uno. Anche il suo sguardo era stanco come quello di Bilbo, ma vi si rifletteva l'euforia di quella situazione.
«Nipoti, figli di mia sorella, benvenuti!», iniziò a dire, «Ammirate il grande tesoro dei nostri padri!»
Fili e Kili lo guardarono tristi, aspettandosi di ricevere parole diverse da loro zio, parole che dimostrassero il suo affetto per loro. Invece Thorin sembrava aver dimenticato ciò che era successo a Kili, dato che non ne fece menzione.
Poi si rivolse a me.
«Tu, donna! Non dovresti essere qui! Nessuno al di fuori dei Nani dovrebbe posare gli occhi su questo tesoro. Che cosa pretendi? Ne desideri una parte, magari vuoi portarla ai tuoi amici, agli Uomini del Lago? Povera illusa! Non credo che uscirai così presto da qui».
Le sue parole furono come mille pugnalate al cuore. Strinsi i pugni talmente forte che le unghia mi si conficcarono nella carne facendola sanguinare. Chi era questo nano corrotto dalla bassezza del possedere? Dov'era finito quel nano fiero, che avrebbe combattuto anche da solo la furia del Drago?
«Balin!», continuò rivolgendosi al componente più anziano del gruppo, «Hai trovato qualcosa lì?»
Il nano gli rispose da un punto indefinito della sala, «Qui non c'è niente».
«Continua a cercare! Quella pietra può essere ovunque. L'Arkengemma è in queste camere. Trovatela. Continuate a cercare! Tutti quanti!»
«Arkengemma?», esposi il mio dubbio a Bilbo, «Cos'è l'Arkengemma?»
«È una pietra preziosa, una grande gemma bianca. È come un globo dalle mille facce; splende come argento alla luce del fuoco, come acqua al sole, come neve sotto le stelle e come la pioggia sopra la luna...», disse lo hobbit. E mentre la descriveva, il suo sguardo si perse nel vuoto, come se la stesse visualizzando nella sua mente.
«Per tutti i Valar, sembra qualcosa di meraviglioso! E sembra anche che tu l'abbia vista!», dissi ironicamente.
«Ma cosa dici? Perché dubiti di me? Non ho trovato quella gemma», affermò Bilbo precipitosamente, prendendo alla lettera le mie parole.
«Non volevo insinuare qualcosa, stavo solo scherzando. Sicuramente deve essere splendida a vedersi, ma non riesco a capire perché tra tutti i gioielli che giacciono qui, Thorin tenga così tanto a questa gemma».
Fu Fili a rispondermi, «Perché è un cimelio della nostra famiglia, simbolo della discendenza dei Durin e dunque del potere del Re sotto la Montagna. Solo possedendo l'Arkengemma Thorin può considerarsi Re e quindi avere il diritto di poter riunire tutte le famiglie dei Nani sotto uno stesso tetto».
«Ma una gemma non rende Re! Thorin è partito da solo con una “armata” di pochi volontari per riconquistare Erebor di fronte ad un pericolo mille volte superiore alle sue forze. È questo ciò che fa di Thorin un Re, non una stupida pietra preziosa»
«A quanto pare non tutti la pensano come te», disse Bilbo guardando Thorin che rastrellava ogni millimetro di quella piana dorata.

Avevamo trascorso l'intera giornata a rovistare il tesoro per trovare l'Arkengemma.
Eravamo esausti.
Ci stavamo tutti riposando e mangiavamo le provviste che avevo potuto racimolare nella perduta Esgaroth. Thorin non aveva voluto seguirci. Aveva preferito rimanere in quel lato maledetto della Montagna e ci sarebbe rimasto fino a quando non avesse trovato quel gioiello.
Nessuno aveva voglia di parlare, bastava scambiarci pochi sguardi per capire di essere finiti in una situazione peggiore di quella in cui Smaug rappresentava una minaccia. Non sapevamo come frenare quella smania che era nata in Thorin, e più tempo passava a contatto con tutta quella ricchezza, più sembrava aumentare. I Nani la chiamavano “malattia del Drago”.
«Ho già visto quello sguardo. Thror aveva la stessa fatale passione per i tesori», disse Balin spezzando il silenzio.
«Balin, ascolta», ribatté Bilbo, «se Thorin avesse la gemma, sì, se lui trovasse quel gioiello, la situazione cambierebbe? Trovare l'Arkengemma potrebbe davvero aiutarlo?»
«Quella gemma corona il tutto, è il punto focale di tutta questa ricchezza. Dà il potere a chi la possiede. No, figliolo. Temo che trovarla non farà altro che peggiorare la sua condizione: la sua follia accrescerebbe. È meglio che l'Arkengemma rimanga perduta».
Nessuno replicò alle parole di Balin, che gravarono pesanti sulle nostre teste. Bisognava chiamare aiuto, prima che la situazione degenerasse. Ma a chi rivolgersi? A chi Thorin avrebbe dato ascolto? Non lo conoscevo così bene da poter fornire una risposta, e sapevo per certo che non si sarebbe fidato né degli Uomini del Lago né degli Elfi. L'unico con cui sembrava in confidenza era Bilbo: che un piccolo perian fosse la soluzione a tutto ciò?
Il mezzuomo era seduto a terra di fronte a me e mi guardava fisso, come se volesse dirmi qualcosa. Mi fece degli impercettibili segni con le mani, che interpretai come “uscire, in seguito, presto”. Forse Bilbo aveva un piano, ma qualunque cosa avesse in mente voleva coinvolgermi. Poi mi fece un altro cenno, che decifrai come “silenzio, segreto”.
Voleva coinvolgere solo me.
Gli risposi con un'impercettibile cenno affermativo del capo. Lui capì e si sdraiò soddisfatto per riposare un po'. Decisi che era meglio seguire il suo esempio: avevo perso parecchie ore di sonno ed era giunto il momento di recuperarne qualcuna.

Qualcuno mi stava strattonando. E pure malamente.
«Per tutti i Valar, cosa succede?», biascicai.
Le palpebre si alzarono lentamente sotto la pesantezza del sonno. Non saprei dire per quanto tempo avevo dormito, ma uno sguardo intorno mi garantì che non era stato per molto: tutti stavano ancora riposando. Allora chi mi svegliava?
Con la testa ancora ovattata dalla stanchezza, mi girai sull'altro fianco e i miei occhi misero a fuoco una figura che mi torreggiava accanto.
Era Thorin.
«Alzati, Donna del Lago», mi intimò.
Decisi di non ribellarmi al suo volere per non svegliare gli altri, ma il modo spregiativo in cui mi chiamava “donna” stava cominciando a darmi fastidio.
Mi fece segno di seguirlo e mi portò nella sala del trono. Thorin si sedette su quel seggio che gli spettava di diritto e solo in quel momento mi accorsi di com'era abbigliato: aveva trovato la corona dei suoi padri e l'aveva indossata, era vestito come se si stesse preparando per una guerra, e sopra l'armatura dorata portava una pelliccia. In alto, sulla spalliera del trono, vi era una cavità, vuota al momento, che aspettava di ospitare l'Arkengemma.
A guardarlo era già un Re, anche senza quella preziosa gemma: se solo lo avesse capito!
Il suo aspetto maestoso mi ricordò la prima volta che lo vidi a Pontelagolungo: provai la stessa soggezione di allora. Thorin Scudodiquercia, nell'aspetto e nell'orgoglio, non aveva nulla da invidiare agli Alti Elfi delle Ere passate di cui mio padre era solito narrarmi.
Più lo guardavo negli occhi, più notavo la guerra che lo logorava internamente: il vero Thorin era ancora lì, da qualche parte, che cercava di vincere quella pazzia. Ma la malattia del Drago ebbe la meglio in quel momento e così si espresse:
«Ho notato movimento nella vicina Dale. Tu saprai di certo qualcosa. Chi osa venire a disturbarmi nella quiete della mia dimora?»
Preferii essere sincera, forse la verità poteva spingerlo a pietà.
«Hai uno sguardo acuto, perché la tua vista non t'inganna. Ricorderai Bard, il chiattaiolo che ti aiutò ad entrare ad Esgaroth. Beh, devi a lui l'uccisione del Drago. Anche se è stato abbattuto, Smaug ha ridotto in cenere Pontelagolungo. Prima di partire per Erebor, Bard mi ha confidato che era sua intenzione portare i superstiti a Dale per potere affrontare meglio l'inverno incombente»
«Esgaroth... Bard... Smaug...», continuava a ripetersi Thorin. Poi esclamò: «Ma certo! Sono qui per derubarmi di una parte del tesoro! Avanzeranno pretese quei ladri! Bisogna fortificare la Montagna!», disse freneticamente con gli occhi che gli baluginavano al buio.
«Thorin, vogliono solo sopravvivere! Non considerare tutto come un attacco diretto a te!»
«Tu non sai niente, Erewen! Non riesci a capire l'avidità degli uomini! Non tutti sono innocenti e pronti ad aiutare come te!», in quel piccolo istante mi sembrò di udire il vecchio Scudodiquercia e i miei occhi si riempirono di lacrime al solo pensiero.
Scese con passo fiero dal trono, mi passò accanto e mi tirò per la mano. Mi portò fuori, alla Porta Principale, e mi disse di guardare verso Dale con attenzione.
Dapprima non vidi niente di inconsueto, a parte un po' di trambusto. Poi mi sembrò di avvertire un bagliore e la mia vista aguzzò un'armata.
Un esercito di Elfi era venuto in soccorso a Dale.

Avevamo trascorso le prime luci della giornata a fortificare l'ingresso della Montagna. La Porta Principale era stata completamente sbarrata da un muro di pietre, cosicché nessuno potesse entrarne.
O uscirne.
Ci eravamo assediati da soli dentro Erebor, in modo da proteggerne i suoi ori da chiunque avesse avuto intenzione di reclamarne una parte.
Sapere che Bard era vicino mi dava la forza necessaria per affrontare quella situazione, anche se temevo per la sua vita. Thorin non era ancora passato all'offensiva, ma di sicuro non si sarebbe fermato davanti a niente. Quello stato di guerra fredda era appeso ad un filo: una folata di vento e ascia e spada si sarebbero incrociate.
Nervosismo ed agitazione aleggiavano nell'aria: eravamo tutti suscettibili alla presenza dell'altro, soprattutto a quella di Thorin, e avevamo organizzato dei turni di guardia in modo da poter passare tre ore da soli all'aria aperta.
Il primo turno era toccato a me e me ne stavo tranquilla con le gambe penzoloni sul muro che avevamo da poco finito di costruire. Guardavo il sole e mi godevo quelle tre ore di aria fresca; poi esaminai la distanza che mi separava dal terreno: con una corda e un bel salto potevo essere libera di andare via. Ma non me la sentivo di lasciare tutti in balia di Thorin, soprattutto non me la sentivo di lasciare Thorin in compagnia di se stesso. Non sapevo a chi chiedere aiuto, quindi era meglio restare lì e monitorare ogni piccolo cambiamento.
Dalla posizione del sole, compresi che era già trascorsa la prima ora del mio turno e proprio quando i primi minuti della seconda scorrevano via, percepii un rumore di zoccoli farsi sempre più vicino.
«Thorin! Bilbo! Fili!», chiamai a gran voce per attirare l'attenzione, «Un cavaliere si avvicina»
In un baleno tutti i Nani raggiunsero il muro e Thorin mi chiese se riuscivo a vedere chi fosse.
La prima cosa che notai fu il cavallo: era di un candido bianco e non lo riconobbi. Poche persone ad Esgaroth possedevano cavalli e poi sembrava di una stirpe troppo nobile per gli Uomini del Lago. Poi cominciai a distinguere i tratti del cavaliere: era scuro di capelli e quel viso! Avrei saputo riconoscerlo tra mille. Dove aveva trovato quel cavallo?
«È Bard», dissi senza provare a nascondere il mio entusiasmo, «È solo».
In realtà, una figura distante e ferma lo aspettava. Non riuscivo a coglierne i connotati, ma avevo la sensazione di non conoscerlo. Decisi di non rivelare questo dettaglio, del resto Bard si avvicinava da solo alla Montagna.
Bard arrivò presto ai piedi di Erebor e ci scrutò ad uno ad uno dal basso. Quando i nostri occhi si incrociarono, gli sorrisi per incoraggiarlo. Nessuno avrebbe potuto notare quel piccolo cambiamento nella sua espressione, ma non sfuggì a me: il suo viso si distese un po', come a far scivolar via l'apprensione che lo attanagliava.
Entrambi prendevamo coraggio l'uno dall'altro.
Infine parlò:
«Salute Thorin, figlio di Thrain. Sono contento di vedervi tutti vivi. Perché te ne stai rinchiuso nella Montagna e vieni alla porta armato come se fossi in guerra?»
Bard era sempre troppo diretto. Quelle parole non avrebbero colpito favorevolmente Thorin.
Quegli infatti rispose:
«Forse perché ho il sospetto che qualcuno voglia derubarmi»
«Nessuno vuole derubarti. Sono qui per negoziare. Non vuoi parlare con me?»
A quelle parole Thorin scese dal muro e si avvicinò alle pietre inferiori: avevamo lasciato uno spazio nel muro in modo che si potesse parlare allo stesso livello e vedersi contemporaneamente.
Noi, dall'alto, assistevamo speranzosi a quello scambio di battute.
«Parla adesso», disse Thorin brusco.
«Per il bene degli abitanti di Esgaroth, ti chiedo di tener fede alla tua promessa. Una parte del tesoro, così da poter iniziare una nuova vita»
«Non negozierò con nessun uomo, specialmente con un'armata schierata di fronte alla Montagna»
«Che è pronta ad attaccare se non raggiungiamo un accordo», ribatté secco Bard.
«Non saranno le tue minacce a convincermi»
«E che cosa ne dice la tua coscienza? Il mio popolo ti ha offerto aiuto nel momento del bisogno e in cambio abbiamo ricevuto solo morte e desolazione»
«Il tuo popolo ci ha offerto aiuto solo in cambio di una ricompensa», rispose Thorin sprezzante.
«C'era un accordo»
«Come dici? Un accordo? Che scelta abbiamo avuto? Essere costretti a scambiare la nostra libertà, il nostro futuro, per cibo e coperte. Credi che sia stato un patto onesto? Dimmi, Bard l'Arciere, perché dovrei onorare quei termini?»
«Perché tu ci hai dato la tua parola. Non significa niente per te?»
«Vattene via, o sentirai le nostre frecce fischiare», lo congedò Thorin sparendo alla vista di Bard.
Quest'ultimo montò infuriato sul suo destriero e se ne andò via senza mai guardare indietro.
Entrambi troppo cocciuti per poter trovare un punto d'incontro: nessuno dei due aveva realmente ascoltato i bisogni dell'altro.
Scendemmo tutti da Thorin e Bilbo lo affrontò.
«Che cosa hai fatto! Non puoi andare in guerra!», sbottò il mezzuomo.
«Non sono affari che ti riguardano», rispose Thorin
«Forse non hai notato una truppa di Elfi, o forse ti dimentichi delle centinaia di pescatori arrabbiati. Ci battono in numero, non possiamo competere!»
«Ma loro sottovalutano il coraggio e le risorse dei Nani!»
E a sottolineare le parole di Thorin fu il volo di un Corvo Imperiale: esso si levò da dentro la Montagna ed uscì libero all'aria aperta.
Balin, che mi era accanto, mi disse:
«Quel corvo è un messaggero. Thorin ha contattato Dáin, suo cugino, dei Colli Ferrosi. Quanto prima arriveranno i rinforzi».

I Nani si erano tutti armati per la guerra: rilucevano nelle armature realizzate dai loro antenati. Nella Montagna avevano trovato il necessario per armarsi a dovere e adesso non rimaneva che aspettare.
Bilbo e io ce ne stavamo seduti in disparte assorti nei nostri pensieri: il mezzuomo non faceva altro che rigirarsi tra le mani una ghianda che forse gli ricordava casa sua, mentre io pensavo a come uscire da quella situazione. Se ci fosse stato davvero uno scontro tra Uomini e Nani, quale parte avrei sostenuto? Se si fosse arrivato a tanto, una sola era la strada da scegliere per me: andare via e lasciare tutti al loro destino. Era una battaglia inutile, una battaglia su dei meri possedimenti sui quali non avevo pretese e nemmeno volevo averne. Qui non si parlava più del bene comune, del bene di una parte della Terra di Mezzo com'era stato col Drago, si trattava solo di uno scontro tra due leader cocciuti e orgogliosi. Mi dispiaceva lasciare Bard, anche lasciare Thorin, ma non condividevo le ragioni per scendere in guerra.
Era giunta l'ora di cena. Le provviste cominciavano a scarseggiare e presto, se la morte non ci avrebbe colti prima, qualcuno doveva pur uscire dalla Montagna per andare a cacciare. Per quella sera ci arrangiammo. Alla fin fine tutti avevamo perso l'appetito, perfino Bombur che era rinomato per la sua fame continua. Mentre piluccavamo quel poco che ci era rimasto, tutti mormoravano l'assenza di Thorin.
«Starà ancora cercando l'Arkengemma», suggerii.
«Veramente l'ho visto andare verso le fucine. Forse sta affilando le sue armi», mi rispose Kili, che in quei giorni era d'umore parecchio cupo. Sicuramente soffriva, oltre l'affanno per la sua gente, anche la lontananza di Tauriel.
Alla fine del nostro pranzo non seguirono canti, ma solo pesanti silenzi. Ad interromperli furono dei passi: l'inconfondibile andatura di Thorin si avvicinava.
«Signor Baggins, dama Erewen. Venite con me», ci richiamò.
Ci fece allontanare dagli altri e quando fummo da soli cominciò a parlare.
«Tutta la mia gente è armata per la guerra, tranne voi due.
«Bilbo, questa è per te. L'ho trovata in mezzo al tesoro accumulato da Smaug e dovrebbe essere della tua misura. Mettila»
Thorin passò allo hobbit una cotta di maglia, che quegli indossò.
«Questa cotta è composta da un metallo laminato, leggero da indossare, ma impenetrabile per qualsiasi arma. È Mithril»
«Sembro assurdo. Non sono un guerriero, sono uno Hobbit», commentò Bilbo.
«È un regalo, simbolo della nostra amicizia. È difficile trovare amici. Ero cieco, ma adesso vedo tutto chiaramente. Qualcuno mi ha tradito. Uno di loro ha trovato l'Arkengema e se la tiene per sé», disse Thorin con gli occhi che lampeggiavano.
«Thorin, la nostra missione è compiuta. Abbiamo vinto la Montagna, questo non è abbastanza?», disse Bilbo con aria supplice.   
«Sono stato tradito da tutti»
«Tu hai fatto una promessa alla gente di quella città. Questo tesoro vale veramente più del tuo onore? Del nostro onore? Thorin, io ero lì, ho garantito per te dando la mia parola», incalzò Bilbo. 
«Ma il tesoro della Montagna non è loro, non è degli abitanti di Pontelagolungo», disse Thorin arrabbiandosi e puntando il dito verso di me, «Questo tesoro è nostro e solo nostro. Per la mia vita, giuro che non lo condividerò con nessuno. Nemmeno una singola monetina avranno»
A quella risposta Bilbo andò via deluso.
Thorin poi si rivolse a me.
«Sei un'abitante di Esgaroth e quindi dovrei considerarti un nemico, ma sono combattuto: hai dato prova del tuo valore, rendendoti utile ad entrambe le fazioni e quindi ti considererò neutrale. All'inizio avevo pensato di legarti ad una colonna di una sala e di lasciarti marcire lì, invece sono giunto a conclusione di darti la possibilità di morire con onore. Ti lascerò combattere. Sei valorosa e potresti tornarci utile.
«Volevo donarti delle armi, ma ho visto che sei già equipaggiata, quindi ti ho realizzato quest'armatura: è di argentovero»
Mi diede dei pezzi di armamento: erano un bustino, due calzari e due bracciali. Erano anch'essi leggerissimi, in modo da non impedire i movimenti, ma al contempo robusti. Il metallo lucido luccicava al lume delle torce ed era riflettente come uno specchio, mentre i bordi del bustino erano cesellati con scritte runiche. Ciò che Thorin aveva detto prima mi aveva offeso profondamente, dato che mi considerava come una marionetta da usare a suo piacimento, ma questo regalo contraddiceva le sue parole: teneva alla mia vita, tanto da realizzarmi un'armatura su misura. La sua follia lasciava intravedere degli sprazzi di lucidità che mi rallegravano il cuore. Preferii tacere il mio disappunto per quello che aveva detto e lo ringraziai profusamente per quel dono.
«Ma non è tutto. Tra i vasti tesori di Esgaroth ho ritrovato delle gemme bianche care a...», qui si lasciò sfuggire un sorrisetto beffardo, «...care a me. Noi Nani non sappiamo indossare questo tipo di gioiello, quindi ho pensato bene di incastonare le gemme in un diadema di argento, di cui ti faccio dono»
Mi mostrò un finissimo ornamento in cui erano inserite le gemme più belle che avessi mai visto in vita mia: scintillavano di una luce simile a quella delle mie amate stelle e sembravano godere di vita propria. Allungai una mano per prenderlo, ma appena lo sfiorai temetti che il mio tocco potesse rovinare tale meraviglia.
«Thorin, non posso accettarlo. È un dono troppo prezioso per me, non avrei modo di indossarlo. Sono solo una donna comune, questa è una corona degna degli Alti Elfi. Il mio capo non merita di vestire tale splendore», gli dissi con gli occhi che riflettevano il luccichio delle gemme.
«No, è tuo. Indossa questo diadema e mostralo con orgoglio. Gli Elfi del Reame Boscoso non hanno niente da invidiarti. Portali sempre con te, anche in battaglia. Forse il loro Re ti scambierà per una di loro e ti risparmierà la vita», disse in modo ironico.
Poi pose sul mio capo il diadema e sorrise soddisfatto.
Quest'ultimo dialogo mi riportò alla mente le parole che mi aveva detto ad Esgaroth prima di lasciare la città. Forse non era così tardi per risvegliare il vecchio Thorin. Se non ci fossimo riusciti, non avrei avuto modo di mostrare in battaglia i suoi doni.

Legolas pensava che io e Bard fossimo legati da un legame più stretto dell'amicizia. Diamo davvero questa impressione? Amo Bard, ma lo amo come si vuole bene ad un fratello. Che non sia lo stesso per lui? Non mi sono mai posta questi interrogativi, fino a quando quell'elfo non me li ha fatti notare. Ultimamente Bard era diverso con me, forse significo davvero qualcosa di più per lui. Ma come potrei esserlo? Come potrei ricambiarlo quando mi sento così diversa? Non so a cosa o a chi appartengo e non sento affinità romantiche con lui: il mio amore va oltre queste barriere, è un amore spirituale, come tra due consanguinei. Bard è la mia famiglia, mi ha dato una casa, ma non posso ricambiarlo con quel genere di amore. Esisto da troppo tempo, la sua vita è un battito di ciglia in confronto alla mia: un legame più profondo farebbe del male ad entrambi.
Invece con lui, con lui sento un'affinità superiore, abbiamo un vissuto maggiore alle spalle, un'esperienza segnata da un carattere forse simile, da occhi impetuosi e pericolosi...
La pagina del mio taccuino si riempì di una scrittura fitta ed antica: il mio taccuino, dov'ero solita annotare i miei sentimenti per tema che quelli potessero sopraffarmi o esplodermi in faccia. Era un diario pieno di riflessioni di una vita dal tempo fin troppo clemente per la mia persona.
Intorno a me tutti dormivano, mentre Bombur era di guardia al muro. Beh, tutti tranne io. Prima di rilassarmi e di scrivere i miei pensieri, avevo indossato l'armatura creata da Thorin. Era molto comoda e leggera, sembrava una seconda pelle. Preferii tenermi preparata nel caso qualcuno avesse attaccato all'improvviso: anche se molto probabilmente non avessi combattuto, sarei dovuta scappare nel bel mezzo di una battaglia e delle precauzioni erano necessarie.
Ad uno sguardo più attento, notai che non tutti stavano dormendo: anche Bilbo era sveglio. Continuava a rigirarsi senza prendere sonno e alla fine si alzò. Lo seguii con gli occhi e andò verso il punto di guardia. Dopo circa un minuto Bombur venne a coricarsi.
Strano, aveva montato la guardia da poco, ma Bilbo gli aveva di sicuro dato il cambio. Tranne che...
Uscire. In seguito. Presto. Silenzio. Segreto.
Aspettai che Bombur si appisolasse, per fortuna non ci volle molto, mi gettai il mantello sulle spalle, controllai che la daga fosse al suo solito posto e andai verso la porta principale.
Di Bilbo non vi era traccia.
Mi sporsi più che potevo verso il bordo cercando di non perdere l'equilibrio e notai che in un angolo una corda penzolava. La usai senza esitazione per calarmi giù.
Fuori era buio pesto, la mia vista era buona anche di notte, ma non riuscivo a trovare tracce di Bilbo. Sembrava come volatilizzato.
Mi allontanai di qualche passo dalla Montagna e lo chiamai sottovoce.
«Sono qui!», disse facendomi sobbalzare. Mi era apparso accanto all'improvviso. Come aveva fatto? Non l'avevo né visto né sentito arrivare.
«Allora, qual è il tuo piano?», gli chiesi speranzosa.
«Non voglio dirtelo adesso, perché se lo confido a qualcuno potrei non avere più il coraggio di attuarlo. Devi solo fidarti di me. Dobbiamo andare a parlare con Bard. So che se ci sarai pure tu mi ascolterà. Quindi ti chiedo di appoggiarmi quando parlerò. Te la senti di farlo?»
«Questo aiuterà Thorin?»
«Lo spero. Forse potremmo evitare questa guerra»
«Il problema è arrivare a Dale. Ci vedranno, il cammino sarà sorvegliato da Elfi e Uomini!»
«No, non ci vedranno», mi rispose Bilbo con un sorrisetto, «Hai un passo leggero e indossi un mantello scuro: devi solo alzarti il cappuccio, perché quel diadema brilla come un cielo stellato»
Aveva ragione. Sistemai subito il cappuccio sui capelli.
«E tu? In effetti sei silenzioso, ma i tuoi abiti non sono scuri»
«Beh, io ho un altro sistema», si portò la mano nel taschino del panciotto e toccò qualcosa all'interno. Il suo viso era combattuto, non sapeva se mostrarmene il contenuto o meno. Alla fine tirò fuori qualcosa e aprì il palmo della mano verso di me.
Era un semplice anello dorato, ma era così bello e attraente! Lo guardai intensamente, come se qualcosa mi attirasse verso di esso. Allungai un dito della mano per toccarlo, ne sentivo quasi il bisogno, ma quando ormai stavo per sfiorarlo, Bilbo chiuse il pugno e lo ritrasse.
«È mio, è mio!», esclamò quasi arrabbiato.
Poi tutti e due ci riscuotemmo da quello stato surreale e ci guardammo in faccia come a scusarci l'un l'altro. Qualsiasi potere celasse quell'anello, non prometteva nulla di buono. Cominciai a pensare che tutto quell'attaccamento a oro e gioielli non facesse altro che portare guai.
Alla fine Bilbo disse: «Quest'anello è magico. Appena lo infilo al dito, scompaio alla vista di tutti. Quindi non mi vedranno. Ti prego, adesso fammi strada»
Si mise l'anello ed effettivamente il mezzuomo scomparve. Rimasi spaesata per qualche secondo, poi Bilbo confermò che era accanto a me. Allora mi strinsi ben bene il mantello attorno al corpo, in modo che l'armatura non rilucesse, e con passo felpato mi diressi verso Dale.

Arrivammo nella cittadina in poco tempo, per fortuna Dale distava poco da Erebor. La città era immersa nel sonno e tutti dormivano. La gente era accampata all'addiaccio e i più fortunati avevano una tenda in cui dormire. Le guardie, perlopiù Elfi con gli stemmi del Reame Boscoso, non ci avevano visto entrare. Ero riuscita a distrarle attirandole con dei rumori e quindi ero passata con facilità. Mentre Bilbo mi seguiva nella sua invisibilità.
Appena ci trovammo nel bel mezzo dell'accampamento, Bilbo si sfilò l'anello e mi comparve accanto: non mi sarei mai abituata a questo suo modo di comparire di soppiatto.
Notammo che tutte le tende erano al buio, ma una più grande delle altre e con i vessilli del Regno di Bosco Atro Settentrionale era ancora illuminata.
Io e Bilbo ci scambiammo un'occhiata e di comune accordo ci dirigemmo verso quell'unica fonte di luce.
Cautamente costeggiammo la tenda e ci avvicinammo all'apertura. Delle voci provenivano dall'interno.
«L'oro è così importante per te?»
Era la voce di Bard. L'avevamo trovato, dopotutto. Ma non era da solo.
«La fine dei Nani sta arrivando», rispose una voce pacata ma imperiosa.
Il mezzuomo sembrò riconoscerla. A quelle parole non riuscì più a trattenersi e scattò in avanti.
«Bilbo aspetta!», sussurrai. Ma era troppo tardi, ormai era entrato. Non mi restò altro che seguirlo all'interno.
«Se credete che i Nani si arrendano così facilmente, potete pure scordarvelo. Loro combatteranno fino allo stremo per difendersi», fu l'incipit di Bilbo.
«Bilbo Baggins!», esclamò una terza voce che apparteneva a quello che sembrava un vecchio viandante.
«Se non cado in inganno, questo è il piccolo ladro di chiavi: le ha rubate sotto al naso delle mie guardie», disse la voce autorevole che aveva origine in una delle più belle creature che avessi mai visto: era un elfo di alto lignaggio, dai capelli talmente chiari da sembrare argentei così come argentea era la sua veste; i suoi occhi erano azzurri come topazi e ovunque il suo sguardo si posasse, lasciava un segno indelebile nella memoria dell'inquisito.
«Ehm, sì, mi dispiace», si scusò Bilbo.
«Erewen, cosa ci fai qui?», disse Bard guardandomi come se fosse stata un'idea malsana.             
Non aspettandomi una reazione del genere da parte sua, m'impappinai: «Io...io... Noi siamo qui per farvi una proposta».
«Prima di ascoltarvi, credo che qui siano dovute delle presentazioni», suggerì l'elfo.
Bard fece gli onori di casa presentandoci.
«Erewen, hai davanti Re Thranduil del Reame Boscoso»
In quel momento stavo per sentirmi male: avevo cercato di incontrarlo per molto tempo e adesso che me lo ritrovavo davanti non potevo sfruttare l'occasione per porgli quelle tanto agognate domande. Ero nel posto giusto al momento sbagliato.
Mi tolsi il cappuccio in segno di rispetto e mi piegai in un inchino mentre flettevo il braccio destro con il pugno chiuso verso il petto. Quando mi rialzai, notai che quello mi guardava stupefatto, con un'espressione a metà tra l'offeso e l'incredulo. In quel momento pensai che avessi agito male senza farci caso, ma Bilbo mi parlò e quindi mi distrasse subito.
«E lui è Gandalf il Grigio. Ha guidato la compagnia per un bel tratto della nostra spedizione. È uno stregone ed un amico»
Per tutti i Valar! Due tra i Sindarin e gli Istari nello stesso luogo.
Lo salutai con un cenno rispettoso del capo.
«Erewen hai detto?», mi chiese lo stregone con tono inquisitivo.
«Sì, sono una Donna del Lago»
«Uhm!», fu la sua risposta scettica.
Cominciavo a sentirmi a disagio con tutti quegli sguardi interrogativi e stralunati, ma per fortuna Bilbo aveva una certa fretta di arrivare al dunque e parlò.
«Bene, adesso che ci conosciamo tutti, posso rivelarvi il motivo di questa nostra visita. Sono venuto qui per portarvi questa»
Il mezzuomo tirò fuori dalla sua piccola bisaccia un involucro di tessuto scuro. Scostò i lembi della stoffa che rivelarono un qualcosa di incredibile: davanti a noi riluceva un gioiello di un incanto incomparabile. Avevo pensato che le gemme che portavo in testa fossero di una bellezza insuperabile, ma dovevo rimangiarmi le parole. La pietra che avevamo davanti era di un candore accecante e rifletteva come una prisma tutta la luce che aveva accanto, rimandandola indietro purificata e sfavillante. Avevo preso bonariamente in giro Bilbo per come aveva descritto l'Arkengemma, ma adesso che l'avevo davanti credevo che quelle parole fossero limitative.
Bilbo l'aveva veramente trovata, ecco perché si era posto sulle difensive quando avevo scherzato sul fatto che l'avesse vista. Aveva seguito il suo cuore, pensando che quel gioiello potesse danneggiare ulteriormente Thorin e quindi la presentava agli oppositori.
«È il cuore della Montagna, il gioiello del re», continuò Bilbo, «Ha un valore immenso».
«Con quale diritto ce la offri?», domandò Bard.
«L'ho scelta come mio quattordicesimo del tesoro, quindi posso farne ciò che voglio»
«Perché fai questo? Non sei alleato con noi», disse Thranduil.
«Non lo faccio per voi. So che i Nani sono troppo testardi, sospettosi, orgogliosi, e hanno pessime maniere, ma sono anche coraggiosi e leali fino alla morte. Devo molto a loro, e se posso, vorrei salvarli. Thorin tiene a questa gemma più della sua stessa vita. Dandola a voi, vi offro il modo per fare un equo scambio e per evitare un'inutile guerra»
Mi avvicinai a Bilbo e gli posi una mano sulla spalla per fargli capire che ero d'accordo. Lui guardò in alto verso di me e io gli annuii di rimando. Aveva fatto la cosa giusta.
Bard raccolse l'Arkengemma e la conservò.
«Ma una guerra sarà comunque inevitabile», tuonò Gandalf, «É stato tutto uno sbaglio. Thorin non doveva raggiungere Erebor. Le marche di Dol Guldur sono state svuotate, un esercito di Orchi guidato da Azog il Profanatore avanza verso la Montagna. Siamo tutti in un pericolo mortale!»
«Tu non sai niente, Mithrandir, tutto ciò è come un tuono: solo rumore e falso allarme. È uno stormo, passerà», disse Thranduil.
«Da quando le mie parole non vengono più prese in considerazione?», s'impuntò Gandalf.
«Perché un tale esercito dovrebbe mostrarsi ora?», chiese sarcastico Thranduil.
«Per la posizione di Erebor!», m'intromisi. Gandalf sottolineò le mie parole annuendo gravemente. Continuai: «La Montagna è in una posizione strategica, segna il passaggio alle lande del nord, dove giace la pericolosa terra di Angmar. Questo sospetto mi è venuto in mente quando Legolas...»
«Legolas? Mio figlio?», m'interruppe il Re.
«Sì, ho parlato con lui qualche giorno fa. Si dirigeva verso Gundabad per inseguire e capire i movimenti degli Orchi che hanno attaccato Pontelagolungo. Se gli Orchi di Gundabad e quelli di Dol Guldur si riuniscono, dobbiamo unirci anche noi per combattere un nemico comune. Ma mi chiedo, chi è che comanda tutto questo? Il Nemico è stato sconfitto tempo addietro...»
«Dama Erewen mi sembra l'unica che ragioni in questa tenda. Il Nemico è tornato: è debole, ma se riacquistasse la dimora di Angmar, molte terre periranno e avrà un netto vantaggio nel Nord. Sono qui per suggerirvi, come ha detto Erewen, di fare fronte comune contro questa minaccia»
«Ne ho abbastanza di parole. Dove sono queste armate? Non vedo e non sento niente. Questa guerra non mi concerne. Domani i nostri eserciti saranno davanti ad Erebor e se Thorin non accetterà lo scambio che proponiamo, l'attacco sarà impetuoso e veloce», concluse Thranduil.
A quelle parole Gandalf, esasperato, fece per uscire dalla tenda, seguito da Bilbo e Bard. Stavo seguendo il loro esempio, ma Thranduil mi richiamò.
«Erewen, *ù-gwao
Non andare”.
Gandalf mi guardò come per mettermi sull'attenti. A quanto pare non si fidava molto di Thranduil e dopo quello che avevo appena sentito, nemmeno io credevo di potermi fidare. Non riuscivo a capire come non potesse importare ad un Elfo Grigio del destino della Terra di Mezzo, delle lande che lui stesso abitava.
Gli altri uscirono e rimasi da sola con il re elfico.
«Una Donna del Lago, dunque», iniziò Thranduil con la calma propria della sua gente.
«Sì, una parente di Bard», risposi continuando l'inganno.
«Forse», sottolineò con un mezzo sorriso il Re di Bosco Atro, «Le gemme che porti sono degne di una regina elfica e ti fanno sembrare una di noi».
«Vi ringrazio, questo diadema mi è stato donato»
«Non ringraziarmi, i miei elogi erano diretti alle gemme. Se posso chiederlo, da chi lo hai ricevuto in dono?»
«Dal Re sotto la Montagna», dissi guardandolo dritto in quegli occhi penetranti.
«Thorin Scudodiquercia, ovvio!», esclamò sprezzante.
Poi si avvicinò a me ed io istintivamente arretrai, fino a quando non incontrai una sedia e vi caddi sopra. Thranduil allora si fermò e mi guardò con quella strana espressione che gli avevo visto prima.
Infine si riscosse.
«Hai conosciuto mio figlio, lo avevo richiamato a me, ma a quanto pare ha scelto un'altra strada»
«L'ho incontrato in una circostanza infelice, durante un attacco degli Orchi a Pontelagolungo. Gli devo la vita e lui la deve a me», risposi con entusiasmo.
«Con quanta familiarità parli dell'erede del Reame Boscoso!», esclamò l'elfo con tono di rimprovero, «Ma se lo hai salvato da un pericolo, ti ringrazio. Se ha parlato con te di Gundabad potevi dissuaderlo dal non andare lì. Ho perso già qualcosa di prezioso in quelle terre...», disse diventando triste in volto.
«La battaglia nel Regno di Angmar», mormorai. Forse c'era un motivo per cui il suo cuore era così freddo. Forse non voleva più che la sua gente, i suoi familiari subissero perdite. Ma la situazione gli stava scivolando di mano e reagiva in modo egoistico.
«Devi raggiungerlo, non può farcela da solo. Legolas potrebbe essere in una situazione pericolosa», mi ordinò Thranduil.
«Ma non capite, lo siamo tutti! Non prenderò ordini da voi, se il Nemico vuole la Montagna il mio posto è lì, ad impedire che questo possa accadere. Dovrebbe essere anche il vostro di posto. Legolas non è uno sprovveduto e non è solo»
Thranduil mi guardò interrogativo.
«Tauriel, un'elfa dai capelli rossi, l'elfa che voi avete bandito, l'ha seguito»
Questo lo infastidì.
«Dama Erewen, alzati»
Eseguii e lui si avvicinò ancora di più con aria quasi minacciosa.
«Tu possiedi troppi beni che io desidero e dovrai presto farne i conti. Per adesso ti lascio alla tua battaglia e che vinca il migliore. Ora torna alla Montagna, domani ci rivedremo»
«Hîr nín, non so come interpretare le vostre parole, ma di una cosa posso assicurarvi: non mi lascerò uccidere così facilmente come pensate. M'impegnerò a non farvi gioire né della mia morte né della gente rinchiusa ad Erebor», dissi con aria di sfida e uscii senza porgergli i miei ossequi.

Sulla via di ritorno i nostri cuori erano più pesanti di prima: forse avevamo sistemato la faccenda dell'oro e dell'Arkengemma, ma una guerra imminente era una notizia troppo nefasta per poter gioire di ciò che avevamo risolto.
Tutto ad un tratto Bilbo si batté la mano sulla fronte e disse:
«Ci siamo dimenticati di avvertirli di Dáin: Thorin ha chiamato rinforzi!»
«Meglio così. Non vedo l'ora di gustarmi la faccia di Re Thranduil davanti ad un'armata di Nani furibondi», risposi.
Entrambi scoppiammo a ridere. Non ridevamo da troppo tempo e quello sfogo ci risollevò gli animi.     

*N.d.A: ù-gwao è un verbo che ho cercato di ricavare da sola, quindi non sono sicura della sua correttezza.
Ho semplicemente inserito la negazione "ù" davanti all'imperativo del verbo andare "gwao".
 
 
 
Sofia: tv ⇢ (ouat) you'll be on my mindtturners on March 29th, 2015 08:14 pm (UTC)
Non è stato per niente pesante leggere il capitolo e hai ragione, interromperlo in un qualsiasi punto avrebbe interrotto l'azione. :) La parte che ho preferito di più è stato il momento di riflessione di Ery, e, ora che i suoi sentimenti sono più chiari, sono pronta col nome della ship. Anzi, dovrei dire nomi! LOL Indecisione tra: Erewin, Erin, Thorewen, Thorinwen. Choose your favourite :P Anche se mi piace molto il legame tra Bard ed Erewen. Ho apprezzato anche lo scambio di battute con Bilbo, ed il momento più dolce di sempre con Thorin. Che bel pensiero quello della tiara. ♥ Thranduil mi sembra un po' sospetto -- cosa nasconde alla protagonista? Sono molto curiosa!

Keep going!
Lady Turnerlady_turner on March 29th, 2015 11:00 pm (UTC)
Innanzitutto, grazie per aver letto e per non averlo trovato pesante! :')
Mi piacciono i nomi delle ship, forse Thorewen è quello che mi suona meglio!
Un momento cutiepie con Thorin doveva esserci, già lo avevo anticipato! XD
Thranduil fa sempre il misterioso, è peggio del veggente di Vikings! Ma non ti preoccupare, molte cose si risolveranno già nel prossimo capitolo!

Grazie mille per l'incoraggiamento! ♥
Sofia: tv ⇢ (itf) but if you close your eyestturners on March 31st, 2015 03:49 pm (UTC)
Vada per Thorewen allora! :D Il momento tenero ci sta tutto, chissà come andrà a finire! TANTE DOMANDE *w*
Benissimo, attendo allora i prossimi capitoli per vedere come prosegue la vicenda e per scoprire qualcosa di più!
Lady d'Arbanvillelacrimadargento on March 31st, 2015 01:23 am (UTC)
FFFiiiùùù!!! Mamma, la prossima volta più cortino però!!! XD
Ho notato che sei rimasta molto fedele al film, infatti l'ho seguito con molta facilità. Ohhhhh, beh era ovvio che Erewen provasse solo amore fraterno per Bard, io lo avevo capito dall'inizio, forse perchè so dove porta il cuore di lei. A quando Legolas???? ;D Thorinuccio bello, che pena mi fa, cucciolotto! :)
Lady Turnerlady_turner on March 31st, 2015 10:23 am (UTC)
Eeeh, mi dispiace, ma non posso garantire che il prossimo sarà meno lungo! :(
Haha, cerco di non strravolgere troppo le parti neutrali con la storia di Ery, quindi quando posso mi attengo allo script del film.
Quindi abbiamo una Erewen/Legolas shipper! Ormai questa poraccia la state shippando con tutti: e se rimanesse da sola? ;)
Sì, ciccino, in questo capitolo è un po' traviato.

Non so perchè, ma da te mi aspettavo un commento più vicious su Papa Thrandy, lol!
Lady d'Arbanvillelacrimadargento on April 1st, 2015 07:36 am (UTC)
Non mi provocare!!!! ;)
(Anonymous) on September 4th, 2015 09:49 am (UTC)
comment cap. 5
Ciao! Di capitoli lunghi così ne voglio TANTI ahahah! Molto appassionante da leggere e ben scritto. Ammiro soprattutto il modo molto naturale con cui inserisci Erewen nelle varie scene, senza togliere nulla all'originale ed anzi aggiungendo di tuo. Non è facile, per cui ti faccio mille complimenti.
Il Thorin di questo capitolo, così preda della malattia del drago, mi fa piangere il cuore, così come lo ha fatto nel film. E Bilbo che si ingegna a trovare una soluzione per salvare capra e cavoli è splendidamente descritto.
Thranduil mi è stato antipatico fin dall'inizio e fino al momento in cui svela il motivo per cui è tanto strnz, alla fine del terzo film, ovvero la perdita della moglie, la madre di Legolas. Allora l'ho perdonato e ho visto il suo comportamento in una luce differente. Per cui qui che lo descrivi strnz com'era, non provo antipatia ma compassione. Bella comunque la scena tra lui ed Erewen, e il modo con cui lei lo affronta, dapprima in soggezione e poi fieramente.
Al più presto proseguirò la lettura, ormai siamo vicini alla battaglia e voglio proprio vedere come la farai svolgere... se rimarrai canon con la morte dei tre eredi di Durin o se deciderai di salvarli.
A presto!
Lady Angel
Lady Turner: Thorin Oakenshieldlady_turner on September 4th, 2015 01:31 pm (UTC)
Re: comment cap. 5
Ciao! Haha, diciamo che da qui in poi divento prolissa, a parte il prossimo capitolo che per varie necessità ho preferito divivdere in due parti.
Grazie mille per il tuo complimento: ho cercato di rimanere fedele nelle vicende che non cozzavano con la storia personale di Erewen, quindi dove era possibile ho preferito seguire la storia nel suo corso naturale. Anche a me, mentre scrivevo, mi capitava di provare fitte di di dolore per Thorin, è stata proprio una sofferenza trascrivere la sua follia.
Hai ragione, Thranduil fa una bella crescita nei film e ho cercato di rispettarla anche qui: quindi sono contenta che ti sia piaciuta la scena con lui.
Spero che i capitali della battaglia non ti deludano! A rileggerci! :*