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10 October 2015 @ 11:31 pm
Elendínen, una storia inaspettata - Capitolo IX, Quell'intensa giornata invernale  
Buonasera, mesdames et messieurs!
Premetto che non sono fuggita sul serio con Legolas e che ho dedicato queste settimane ad ultimare e a rifinire il nuovo capitolo della storia di Elendínen, dunque eccovelo qui in tutta la sua splendida lunghezza!  Questo capitolo è caratterizzato da toni leggeri e rilassati, quindi spero che la lettura non vi pesi più di tanto. Ho fatto prendere ad Elendínen una bella pausa, un attimo di riposo prima del capitolo rivelatore. Dopotutto si merita di trascorrere un po' di tempo con felicità e spensieratezza, non siete d'accordo con me?
Non aggiungo altro e vi lascio tranquilli alla lettura del capitolo. Spero sia di vostro gradimento!

Titolo: Elendínen, una storia inaspettata
Capitolo: 9 - Quell'intensa giornata invernale
Capitoli precedenti: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8

Trascorsero alcuni giorni prima dell'inevitabile partenza. Il viaggio che dovevo affrontare mi spaventava più di andare in guerra e con ancora più dolore aspettavo il giorno in cui dovevo dire addio a molti. Quindi in quei giorni cercai di tenermi il più possibile impegnata per non pensarci troppo. Godevo della compagnia di nuovi e vecchi amici e mi offrii volontaria per le ricognizioni degli Elfi nei dintorni. Non ci imbattemmo in molti Orchi che, non rispondendo a nessuna autorità, ripiegavano senza combattere o si facevano uccidere senza opporre molta resistenza. Trascorsi anche qualche piacevole ora con Bard e la sua famiglia, e il nostro legame si rafforzò ancora di più. Ma non ebbi cuore di raccontargli tutto come avevo fatto con Legolas, non era ancora il momento giusto. Volevo prima sapere quale natura si celava in me e solo se non gli avesse recato altri danni, mi sarei confidata con lui. In caso contrario, sarei sparita dalla sua vita e da quella di molti. Era questa la promessa che avevo giurato a me stessa. Purtroppo non avrei potuto risparmiare un dolore a Legolas, dato che non smetteva di continuare a intrecciare la sua vita con la mia. A pari mio, avrebbe toccato il fondo di quella storia e ne avrebbe condiviso tutte le conseguenze: molte volte levai preghiere a Manwë affinché potesse risparmiarmi da una triste verità pur di non fare soffrire Legolas e coloro che amavo. E adesso che mancava decisamente poco a scoprirlo, mi tremava l'anima al solo pensiero. Sperai vivamente che tutti quei presagi fossero infondati e che stavo ingigantendo il tutto: non potevo sapere, poteva anche essere qualcosa di sciocco e irrilevante. Anche se la presenza di Gandalf e il coinvolgimento di uno tra i saggi mi portava a pensare l'esatto contrario.
In quei giorni passai un po' di tempo anche con i Nani, con Thorin e Bilbo che sembravano riappacificati. Da quando avevamo vinto la battaglia e gli avevo salvato la vita, Thorin mi guardava con occhi diversi, con un rispetto tale da commuovermi. E il sentimento era mutuo: era riuscito a vincere quella follia da solo e a diventare un vero leader in una manciata di secondi. Sarebbe stato un grande Re e le canzoni avrebbero cantato a lungo le sue gesta. Legolas guardava quasi con diffidenza la complicità tra me e Thorin, e il fatto che avevo quasi sacrificato la mia vita per Scudodiquercia lo assillava di dubbi: aveva già perso una persona molto cara a causa di un nano e il suo cuore già ferito lo aveva messo subito in allarme. Un sera gli parlai apertamente fugandogli tutti i dubbi: gli avevo salvato la vita perché un forte legame di amicizia, lealtà e stima mi legava a lui. I miei sentimenti erano chiari e l'affetto che provavo nei confronti di Thorin era di natura completamente diversa da quello che mi legava a Legolas. Se consideravo Bard un fratello, Thorin era sia valida guida che stimato compagno. Nulla che sfociasse in altro. Quell'episodio si era verificato sull'onda di un'euforia momentanea, non era stato dettato da un sentimento più complesso come quello che provavo per Legolas. Comunque evitai di parlargliene, dopotutto era qualcosa di cui lo stesso Thorin si era quasi pentito.
Quando puntualizzai sulla diversità di quei sentimenti, Legolas sembrò capire ciò che volevo dire. Sentendosi uno sciocco per aver dubitato, cercò di riparare ironizzando un pochino.
«E di grazia», disse, «Cos'è che esattamente provi per me?», e si abbandonò ad un sorriso accattivante.
Eravamo seduti a margine del Fiume Fluente e la voce dell'acqua faceva da sfondo alla conversazione. Così mi alzai sulle ginocchia in modo da poter chinare la testa di Legolas sul mio petto. Lui si fece guidare tranquillamente e quando il suo orecchio dal fine udito fu posato sul mio cuore, gli risposi:
«Ascolta, il mio cuore comunica ciò che non riesco ad esprimere a parole. Riesci a percepire cosa dice?»
Alzando la testa da quella posizione e guardandomi dal basso, Legolas replicò:
«Dice questo», e protendendosi verso di me cercò le mie labbra e le incontrò con le sue.
«Amin mela lle», gli sussurrai tra un bacio e l'altro, e lui irradiò gioia dal suo volto.

Tre notti passarono da quella sera trascorsa sulle sponde del Fiume Fluente e alla quarta alba la delegazione elfica era pronta a tornare al Reame Boscoso. Gandalf e Bilbo avevano deciso di compiere il loro viaggio di ritorno verso la Contea in concomitanza con la partenza degli Elfi, cosicché in un primo momento potessero godere della loro compagnia e protezione. Insieme allo stregone e al mezzuomo vi era anche Beorn, il mutapelle che non avevo avuto opportunità di conoscere durante la battaglia dato il mio stato di quasi morte e che non ero comunque riuscita ad avvicinare a causa della sua natura piuttosto sfuggente. Non avevo altra scelta che di unirmi al corteo, quindi di buon mattino i maggiori rappresentanti di tutte le fazioni si incontrarono davanti alla Porta Principale della Montagna per i dovuti commiati. Quella piccola folla, oltre a comprendere me, numerava Thorin e la sua Compagnia, Bilbo, Gandalf, Bard, Thranduil, Legolas e Tauriel. E fu proprio l'elfa silvana dai capelli amaranto a parlare per prima, incoraggiata da Kili che le stava accanto.
«Io e Kili vorremmo prendere congedo dalle nostre rispettive genti per intraprendere un viaggio senza particolare meta: entrambi abbiamo desiderio di vedere diversi luoghi meravigliosi che conosciamo per mostrarceli scambievolmente e di scoprirne di nuovi insieme. Non abbiamo definito una data di ritorno e per questo motivo vorremmo ricevere la vostra benedizione»
Thranduil guardò la coppia con uno sguardo a metà tra l'ammirato e il turbato e con un cenno del capo diede il suo assenso ai due. Invece Legolas parlò così:
«Tauriel, sei stata una preziosa compagna di armi e non solo, dunque mi addolora separarmi da una amica fedele. Ma abbiamo tutti diritto di conseguire la felicità e sono contento che tu l'abbia trovata in questo coraggioso principe nanico. Hai tutta la mia simpatia e il mio benvolere. Spero che anche tu propizierai la mia felicità ritrovata», e mi lanciò un'occhiata furtiva. Quelle ultime parole sviarono un po' tutti, tranne i due Elfi presenti e Gandalf che sapeva sempre più degli altri.
Tauriel gli sorrise di rimando inchinandosi leggermente. Poi Kili si avvicinò a Thorin e a Fili e l'emozione si dipinse nei loro occhi.
«Il mio egoismo non ti lascerebbe andare», iniziò Thorin, «ma come ha perfettamente illustrato questo nobile principe elfico, non voglio privarti della felicità. Chi siamo noi per impedirti di seguire la tua via? Solo non dimenticarci mai e sappi che qui troverai sempre una dimora, qualora tu fossi stanco di peregrinare e volessi tornare», e si abbracciarono.
Infine Fili si rivolse al fratello con fare più scherzoso, ma allo stesso modo commosso: «Ricordati di venirmi a trovare quando sarò Re e di presentarmi i miei nipotini quando diventerai padre. Sono curioso di scoprire che aspetto avranno», al che tutti ridemmo, a parte Kili e Tauriel che abbassarono la testa con fare imbarazzato.
Così i due andarono via dal gruppo per la loro strada e tutti li seguimmo con lo sguardo quasi invidiando la loro spensieratezza ritrovata: dopotutto si meritavano un po' di pace dopo aver lottato strenuamente per un amore che nessuno nella Terra di Mezzo si era mai sognato di prevedere.
E finalmente era arrivata quell'ora temuta, dovevamo salutare Thorin e il suo popolo, Bard e la sua Dale da ricostruire, io per avviarmi in contro ad un incerto futuro e Bilbo per tornare alla sua vita quotidiana.
Scudodiquercia, con quel suo modo di parlare abile e sicuro, fu il primo ad aprire i discorsi. Prima si rivolse a Bilbo:
«Addio, mastro Scassinatore. Voglio separarmi ufficialmente da te in amicizia e ritirare tutte quelle parole crudeli che ho pronunciato qui alla Porta prima della battaglia. Ti sei comportato come un vero amico, ma ahimè, ero accecato e non capivo. Ti chiedo scusa: sono stato un incosciente a farti correre tutti quei pericoli»
Bilbo lo interruppe: «No, Thorin. Sono contento di aver condiviso i tuoi pericoli: è stato molto di più di quanto un Baggins possa meritare»
«No! In te c'è più di quanto tu non sappia: coraggio e saggezza misti in egual misura. Addio, signor Baggins, ritorna ai tuoi libri nella tua bella casa; pianta i tuoi alberi e guardali crescere. Se molte più persone stimassero cibo e canzoni al di sopra dell'oro, questo sarebbe di certo un mondo più felice»
«Addio, Re sotto la Montagna! Addio miei cari compagni!», salutò Bilbo.
«Arrivederci e buona fortuna», rispose Balin, «Se mai vorrai tornare a visitarci quando le nostre sale saranno più belle, allora grandi saranno i festeggiamenti»
«Se mai vi capitasse di passare dalle mie parti», aggiunse Bilbo, «il tè è servito alle quattro. Ma tutti voi siete benvenuti a qualsiasi ora!»
Detto ciò si girò e andò via a dare un'ultima sistemata ai suoi bagagli, ma con la coda dell'occhio notati che altro non era che una scusa per celare le lacrime di tristezza che gli rotolarono giù per il viso.
Poi gli occhi dei presenti si posarono su di me e in quel momento mi ritrovai a pensare che avrei preferito fuggire via da vigliacca piuttosto che affrontare tutti quei dolorosi commiati. Ma anche se il mio inconscio voleva che mi tirassi indietro, invece avanzai di un passo verso Thorin e forzai un sorrisetto.
«Thorin...», cominciai a dire, ma un singhiozzo mi si bloccò nella gola e non fui in grado di andare oltre.
«Erewen», Thorin pronunciò il mio nome e pose le sue grandi mani sui miei avambracci e il suo calore mi fece già sentire meglio, «Ho dubitato di te molte volte e altrettante volte mi sono scusato per averlo fatto. Se il coraggio di Bilbo Baggins è stato qualcosa di completamente inaspettato, il tuo valore è stato parimenti sorprendente. Ricordati di quello che mi hai promesso, spero non infrangerai mai quel voto, innanzitutto per te stessa e poi in onore della nostra amicizia». Si fermò un attimo a contemplare le gemme e poi il mio volto e continuò, «Ma guardati, la bellezza di ciò che rappresenti per i popoli del Nord si riflette sul tuo viso, irradiando di speranza chi ti mira. Diverse promesse vivono con te e su di te, ma ripeto, non dimenticarti mai della più importante. Addio, Amica delle Genti, rimani fedele a te stessa»
«Grazie, Thorin. Sono cresciuta molto grazie a te e ai tuoi amici. Mi ricorderò sempre delle tue parole e ti auguro che il tuo regno sia duraturo e pacifico. Addio!», e mi staccai a malincuore da lui.
Ma la parte più difficile stava per arrivare e se alla sola vista di Thorin avevo singhiozzato, non appena mi avvicinai a Bard cominciai a piangere a dirotto. Così lui mi abbracciò forte ed io nascosi il mio viso vicino al suo collo, bagnando la sua blusa di lino con le mie lacrime. Mai addio mi era stato più difficile e dai sospiri di Bard intuii che anche per lui non doveva essere una passeggiata.
«Ti prego, Erewen, non fare piangere anche me. Devi trovare la tua strada anche tu, non posso incatenarti qui a Dale con me per sempre. Appassiresti. Ed io non voglio che tu soffra. E se qualche volta ti sentirai sola, ricordati di me e della casa asciutta che ti riserverò quando ricostruirò questa città. Qui avrai sempre ricovero. Sempre», puntualizzò Bard.
Alzai la testa da quel rifugio sicuro e mi asciugai gli occhi. Poi slacciai dalla mia cintura il fodero che conteneva la mia fidata daga e gliela consegnai. Lui la prese con meraviglia e stava già per obiettare, quindi dissi: «Spero tu non debba utilizzarla mai, ma tienila sempre con te ed essa ti proteggerà. Consideralo un piccolo ringraziamento per le grandi attenzioni che mi hai riservato. Non voglio dirti addio, ma arrivederci. Perché ogni volta che ne avrò l'occasione prometto di tornare. Sì, tornerò, poiché la vera famiglia non si dimentica mai», detto ciò mi alzai sulle punte dei piedi e gli scoccai un bacio sulla guancia. Poi andai via da lì con gli addii dei nani che mi risuonavano nelle orecchie, ma non mi voltati mai indietro. E nel momento in cui stavo per raggiungere Bilbo per aiutarlo ad organizzare gli ultimissimi preparativi, il mio udito abbastanza fine captò uno scambio di battute tra Legolas e Bard mentre gli Elfi prendevano congedo.
«Stalle vicino, non farla soffrire. Non voglio che il suo nome sia sinonimo di realtà», così parlava Bard.
Ma Legolas gli rispose: «Fintanto che il mio corpo sopporterà questa vita in Ennor, giuro che non ci sarà più nessuna Fanciulla Solitaria. Ha già cessato di essere tale prima che la conoscessi. Grande è stato il tuo contributo e ti ringrazio per esserti preso cura di lei»
«Su questo ti sbagli, perché credo sia stata più lei ad essersi presa cura di me. Comunque siete entrambi fortunati e vi meritate a vicenda: lo stesso fuoco arde dentro di voi. Sono felice che vi siate trovati»
E non udii più altro, perché incontenibile fu la mia gioia nel sentire quelle parole, tanto da superare quella tristezza che avevo provato poco prima. Se i mali del mondo erano tanti, quelle piccole gioie e quella gente meravigliosa li facevano sembrare degli spauracchi.
Con il cuore colmo di forti emozioni, raggiunsi Bilbo che mi accolse con un caldo sorriso complice, ed insieme tenemmo la mente occupata nel rifinire quelle piccole cose che si controllano prima di una partenza.

Marciavo insieme alla schiera degli elfi, che seppure fosse miseramente rimpicciolita, era comunque felice di aver sconfitto molti dei mali del Nord e cantava allegramente. Cavalcavo subito dietro al Re, su di un destriero che aveva perduto il suo padrone in guerra. Per il suo vello dai colori simili a quelli di un orso bruno, lo chiamai Arthyen. Vi fu subito una forte intesa fra di noi e decisi che da allora in poi mi avrebbe accompagnato anche nei viaggi futuri. Accanto a me vi era Legolas Thranduilion che, man mano che ci avvicinavamo all'entrata del Reame Boscoso, diventava sempre più pensieroso e cupo. Gli avevo lanciato spesso degli sguardi indagatori, ma lui li aveva prontamente evasi celando il suo malessere con dei sorrisi rassicuranti. Mi ripromisi di parlargliene non appena avessimo avuto un attimo di intimità. Dietro di noi seguivano Gandalf e Bilbo, con accanto Beorn che avanzava camminando a grandi passi. Il mezzuomo aveva portato con sé due cassette piene di oro e di argento dal tesoro della Montagna, non perché i Nani lo avessero ricompensato con poco, ma per sua libera scelta. Doveva affrontare un lungo viaggio prima di tornare a casa e trasportare più di quello che un pony robusto avesse potuto reggere sarebbe stato un problema. Del resto Bilbo era contento così, aveva conquistato tesori meno materiali e quelli li avrebbe portati sempre dentro di sé finché ne avesse avuto memoria.
La strada che portava a margine di Bosco Atro a nord da dove il Fiume Selva ne usciva mi era familiare. L'avevo percorsa in lungo e in largo prima di stabilirmi a Pontelagolungo, timorosa di entrare da sola in quella foresta. E poi per cinque anni l'avevo risalita via fiume insieme a Bard per commerciare con gli Elfi Silvani o per recuperarne i loro barili. Ah, come mi ero lasciata intimidire dall'aspetto tetro e da quelle strane dicerie sulla foresta! Adesso che avevo affrontato la morte ed avevo combattuto una vera guerra, mi sembravano solo sciocchezze. La nuova Erewen, la Elendínen che stava emergendo, non avrebbe battuto ciglio e sarebbe entrata senza troppe remore. Il sangue versato mi aveva temprato e qualsiasi orrore potesse celarsi aldilà della via elfica, sarebbe stato sicuramente meno pericoloso di cedere la propria vita per un altro. O almeno così pensavo. Ma quando espressi ad alta voce questa mia considerazione, Thranduil e Legolas ammutolirono e Gandalf quasi mi rimproverò:
«Non sottovalutare ciò che si cela oltre il Reame Boscoso, perché Dol Guldur non dorme mai. E anche se molte volte il male è stato estirpato da quella fortezza, sempre si è riformato in modo assai più pericoloso di prima. Un'aria pesante aleggia su quella foresta e anche se gli Elfi la mitigano con la loro presenza, non deve mai essere sminuita. Strane creature vi si annidano e imbattersi da soli in loro non è saggio. Sono contento che non ti sia mai arrischiata di spingerti lì dentro da sola e senza guida, perché non conoscendo gli snodi del Sentiero Elfico, ti saresti potuta perdere facilmente. Bilbo e la Compagnia di Thorin hanno avuto una brutta esperienza e loro erano in quattordici»
Ma Legolas lo interruppe: «Non posso contraddire le tue parole, ma ti assicuro che la avremmo trovata di sicuro. Percepiamo quando un estraneo entra nella foresta e le nostre ricognizioni al di fuori del Sentiero sono continue. Cerchiamo di spazzare tutto il lerciume provocato dalle creature nefande del Nord e ora che molte avvenimenti sono successi, confidiamo che le loro scorrerie possano diminuire così da purificare l'intera foresta. Ma ti avremmo trovato di sicuro, Erewen, la tua luce non sarebbe passata inosservata», e mi sorrise con dolcezza. Diede poi un colpo vigoroso al suo cavallo e raggiunse davanti il padre per riferirgli qualcosa.
Al contrario, io rallentai l'andatura del mio, per trovarmi accanto a Gandalf e a Bilbo.
Lo stregone mi disse: «Siamo prossimi all'entrata della foresta, ma per fortuna non vi metteremo piede. Preferiamo girare dall'esterno, ora che gli orchi sono stati dimezzati in queste zone e che godiamo della compagnia di Beorn»
«Menomale», lo appoggiò Bilbo, «al solo pensiero di ritrovarmi di nuovo sotto quel soffocante sentiero ricoperto di alberi mi vengono i brividi»
Li guardai entrambi un po' delusa. Speravo ardentemente di vedere il palazzo di Re Thranduil: dopo tutto quel tempo ero curiosa di sapere come fosse. Gandalf lesse lo sconforto nei miei occhi e disse:
«Mi è sembrato di intuire che Legolas ti starà accanto, che sa, e che quindi verrà con noi. Beorn ci ha concesso di trascorrere il resto del periodo invernale come suoi ospiti: in primavera riprenderemo il nostro viaggio»
«Oh, bene», risposi senza troppo entusiasmo.
Non ci eravamo accorti che sia Thranduil che Legolas si erano messi ad ascoltare, quindi il Re si intromise e disse:
«Capisco che la foresta che circonda il mio Reame possa sembrare poco accogliente e quindi non posso costringervi ad attraversarla; ma vorrei offrire ospitalità a Dama Erewen, sempre che lei ne abbia voglia, fino a quando questo inverno rigido non mitiga in primavera. Potrà ricongiungersi successivamente con voi e godrà nel frattempo della nostra piena protezione. Il mio palazzo è sicuro e isolato dagli estranei: nessuno è mai entrato senza il mio permesso»
Al che Bilbo tossicchiò nervosamente.
«Quasi nessuno», si corresse Thranduil sforzandosi di non sorridere troppo.
Guardai Gandalf con fare speranzoso e non vedendo nessuna traccia di preoccupazione o di ammonizione, accettai la gentile offerta di Thranduil:
«Se davvero non sono un peso per te, preferirei trascorrere l'inverno con la tua gente. Ho grande desiderio di vedere il tuo palazzo e di conoscere meglio gli Elfi Silvani. È per me un onore accettare la tua ospitalità»
«D'accordo», disse Gandalf, «Allora ci ricongiungeremo il giorno di primavera alla Carroccia. Sai dove si trova?»
«Lo so io», disse Legolas, «non mancheremo all'appuntamento»   
«Benissimo, allora qui ci lasciamo. Addio, Re degli Elfi! Lieto sia il tuo regno e il tuo popolo! Arrivederci, Erewen. Sii puntuale», ci salutò Gandalf.
«Ti prego», s'intromise Bilbo rivolgendosi a Thranduil, «accetta questa collana in cambio della tua, ehm, ospitalità. Anche uno Scassinatore ha il suo orgoglio», e gli allungò una collana d'argento e di perle che Dain gli aveva regalato prima di salutarlo.
«Accetto il tuo dono e ti nomino amico degli Elfi. Che la tua ombra non dimagrisca mai. Addio, Gandalf! Spero di poterti comunque vedere un giorno o l'altro nel mio palazzo», li ricambiò con cortesia Thranduil.
«Arrivederci, amici miei», dissi, «Ci rivedremo non appena i fiori sbocceranno»
E mentre loro deviarono strada costeggiando la foresta, noi ci addentrammo in essa, fino a quando le fronde non formarono una stretta cupola su di noi.

L'aria di Bosco Atro era veramente cupa come l'avevano descritta Bilbo e Gandalf. Non facevo altro che guardarmi intorno, ma gli alberi erano scuri lungo la via e a volte insozzati da grandi ragnatele. Al solo guardarle mi vennero i brividi. La schiera proseguiva in silenzio e Thranduil, notando il mio disagio, mi rassicurò dicendomi che il tragitto per arrivare a palazzo da quel lato era abbastanza breve e che il paesaggio sarebbe presto migliorato con l'avvicinarsi a esso.
Procedevamo a passo lento e quell'andatura poco sostenuta e l'aria satura che si respirava stavano cominciando a portarmi sonnolenza facendomi sentire tutta la stanchezza che avevo accumulato durante tutta quell'inaspettata esperienza. Legolas aveva notato che la foresta stava cominciando a farmi uno strano effetto, così mi si accostò e disse:
«Sali sul mio cavallo, non vorrei che ti addormentassi all'improvviso e cadessi. Così potremo parlare e questo ti distrarrebbe e ti manterrebbe sveglia»
«Ma Arthyen...»
«Parlagli e digli di seguirci. Ho notato che avete un forte legame empatico. Lui ti capirà e obbedirà»
Così mi allungai sul collo di Arthyen e gli parlai all'orecchio: «Segui Legolas e non ti allontanare. Porta i miei bagagli a destinazione. Avrai modo di ristorarti quando arriveremo. Non abbandonarmi»
Lui scosse la criniera assentendo e sbuffò. Legolas, tenendo il suo cavallo sempre più vicino, mi tese entrambe le braccia ed io, afferrandole, passai da un cavallo all'altro con facilità. Legolas fermò un attimo il suo destriero per farmi sistemare meglio davanti a lui e fece scivolare le redini oltre il mio corpo. Quando fummo comodi, spronò il suo cavallo che riprese a trottare leggermente, seguito dal fido Arthyen.
Legolas si sporse leggermente in avanti, mi scostò tutti i capelli sul lato sinistro e mi scoccò un bacio sul collo scoperto. Sorridendo lo rimproverai affettuosamente:
«Non vorrai che la tua gente ci veda e cominci a parlare... Tuo padre...»
«Mio padre ne aveva già il sentore prima che noi due ce ne rendessimo conto. Forse adesso le sue parole ti sono chiare. E non ho vergogna di mostrarmi alla mia gente con te: non vedo nessuna differenza tra te e una regina di Elfi». Quella frase mi fece girare appena verso di lui e Legolas ne approfittò per baciarmi sulle labbra.
Mi abbandonai verso di lui, appoggiando completamente la mia schiena sul suo petto, e sistemai la mia testa nell'incavo tra il suo collo e la sua spalla sinistra. Il calore del suo corpo, la sicurezza di trovarmi vicino a lui, la leggera andatura del suo destriero mi cullarono verso un dolce oblio che stavo cominciando ad abbracciare con felicità. Ma quando gli occhi stavano cominciando a chiudersi, il viso incupito di Legolas che guardava l'avvicinarsi della foresta mi si parò davanti come una visione. I miei occhi così tornarono vigili e chiamai l'attenzione dell'elfo:
«Legolas, poco prima di entrare a Bosco Atro ho visto un'ombra di malinconia passare sul tuo viso. Vorrei che ti confidassi con me: c'è qualche problema?»
Le sue labbra vicino alle mie orecchie parlarono a voce bassa, sicure di poter essere sentite:
«La guerra mi ha cambiato. Il vedere il presidio di Gundabad ha svegliato qualcosa in me: non posso più tornare alla mia solita vita. Non voglio più tornare al sicuro, al chiuso nel palazzo di mio padre. La Terra di Mezzo ha bisogno di me, ha bisogno che tutti combattiamo per essa», sentii una nota di esitazione nella sua voce.
«Ma non è tutto, vero? Comunque non saresti tornato subito a Bosco Atro, anzi, se avessi deciso di seguire Gandalf, non saresti ritornato per un bel po'. Forse che non volevi che accettassi l'ospitalità offertami da Thranduil? O forse non mi avresti seguita? Mi era parso di capire che...»
«No, Elendínen, non essere precipitosa nel tirare le somme. Vedrò di spiegarmi meglio.
«Sono deluso, Fronte Stellata, sono deluso da come mio padre si è comportato in guerra. Il suo egoismo avrebbe potuto costare la vita di quei Nani a Collecorvo e di molti. Se lui non fosse stato così orgoglioso e avesse inviato alcuni dei suoi insieme a noi, tu non saresti rimasta ferita quasi a morte. Tutto sarebbe stato più facile. Se ti avessi perso, non so come avrei reagito.
«Rispondendo al tuo ultimo interrogativo, sì che ti avrei seguita. Ma la vicinanza di quella che fino a poco tempo fa chiamavo casa, mi ha riempito di tetraggine. Pensavo che comunque sarei dovuto tornare, il mio dovere di erede me lo impone. Ma sono contento che affronteremo tutto questo adesso e insieme: sono sicuro che la tua compagnia renderà meno difficile il convivere con mio padre»
«Legolas, capisco i tuoi sentimenti e sono felice che tu abbia deciso di dividere il tuo fardello insieme a me. Ma non credi anche tu di esagerare il tutto? Non dico che Thranduil sia stato il massimo della correttezza, io stessa all'inizio non riuscivo a capire il motivo di tale comportamento. Ma vedila dal suo punto di vista: aveva paura, paura di perdere. E allora ha cercato di salvare il salvabile. E non vedi che è già pentito? Non vedi che cerca di riparare e di riacquistare punti ai tuoi occhi? Mi ha guarito, non fosse stato per lui sarei morta. E non aveva poi tutto questo particolare interesse nel farlo. Ma ha agito per amore nei tuoi confronti. Come mi hai detto poco prima, lui aveva già sentore di quello che stava per sbocciare tra di noi. E non credi che l'invitarmi qui, all'interno del suo palazzo, sia stato per fare ammenda? Ha già sbagliato con Tauriel e si è scusato con lei e anche con me per averci frainteso. Dagli una seconda possibilità, tutti commettiamo degli errori. Dagli modo di farsi perdonare. Promettimi che non sarai troppo prevenuto nei suoi confronti»
«Oh, Elendínen, come sono larghe le tue vedute. Sapevo che tu mi saresti stata vicina, ma non pensavo che avresti parlato così. Dopo tutto quello che ti è capitato anche per causa sua...»
«Anche», puntualizzai, «ma tutti quanti abbiamo avuto la nostra buona dose di cattive azioni che hanno portato alla guerra. Ho saputo di tua madre, Legolas. Ho saputo dei massacri di cui tuo padre è stato testimone. Credimi, ha agito in buona fede, voleva solo risparmiare ulteriori dolori a te e alla tua gente. E per quanto riguarda Tauriel, in fin dei conti voleva solo proteggerla da se stessa. Comunque, non possiamo trascorrere la vita a rimuginare sui “se” e sui “ma”. Ciò che è fatto è fatto, dobbiamo guardare al futuro. E adesso promettimi che gli darai una seconda possibilità»
Legolas rimase zitto per un attimo e nel silenzio riuscivo quasi a percepire la sua mente che rifletteva sulle mie parole. Poi il suo sussurro ricominciò:
«Te lo prometto, Fronte Stellata. Hai ragione, ma devo comunque superare il tutto. Visto dall'esterno può sembrare più semplice, ma mi sento ferito nel profondo e credo che molto ci vorrà fino a quando tutte le mie ferite risaneranno. Sono felice che tu abbia accettato la proposta di mio padre, perché mi sarai accanto in questi primi difficili momenti in cui il rapporto deve essere ricucito. Spero davvero che tu abbia ragione sul suo conto»
La sua mano sinistra lasciò la redine e si strinse nella mia con forza. Anche Legolas, che a prima vista sembrava impenetrabile come una quercia e scevro di pensieri, aveva i suoi problemi. I suoi occhi glaciali e inaccessibili erano come l'acqua trasparente per me: vi leggevo dentro senza difficoltà. E anche lui aveva imparato ad interpretare i miei con altrettanta semplicità. Perché alla base del nostro rapporto vi era una sincerità di animo tale che con poche parole riuscivamo ad intenderci. Che i Valar mi avessero permesso di vivere così a lungo solo per incontrarlo? Volevo crederci e per rafforzare l'illusione, decisi di abbandonarmi completamente a quelle vocine che nella foresta sembravano sussurrarmi “dormi”. Così, con la testa abbandonata sul petto di Legolas, chiusi gli occhi.
Subito dopo sentii lui che mi posava un bacio sui capelli e che bisbigliava:
«Riposa, Elendínen. Ti sveglierò non appena gli alberi saranno degni di essere illuminati dalla tua stella»
E mi addormentai.

Mi svegliai scivolando lentamente da un sogno alla realtà. Sognai che ero in groppa ad un grande cervo delle nevi insieme a Legolas e che cavalcavamo su una vasta distesa bianca. Il bianco del cielo e delle terra ci avvolgeva, come ad inghiottirci, ed era talmente puro e terso da essere quasi accecante. Un vento caldo e gentile, nettamente in contrasto con il freddo paesaggio mi si insinuava tra i capelli. Gradualmente i miei occhi si aprirono e lo stesso bianco candore mi si parò davanti, ma quello che nel mio sogno era rappresentato dal vento, in realtà erano le mani di Legolas che mi sfioravano i capelli.
«Siamo quasi arrivati. Apri bene gli occhi e guardati in giro: non credi che il paesaggio sia nettamente migliorato?», mi disse l'elfo.
Gli alberi fitti e contorti della foresta si erano diradati cedendo il posto a dei filari ben ordinati di faggi. E, sebbene fosse inverno, erano ancora vigorosi e ben curati, anche se un po' spogli. Ma la sensazione più bella era quella di riuscire a scorgere di nuovo il cielo che, ancora avvolto dalla luce pomeridiana, irradiava la schiera elfica con un pallido e leggero sole. Dal cielo cadevano dei fiocchi di neve che si posavano ovunque attorno a noi, fermandosi sui capelli e sulle foglie. Era possibile notare che da quelle parti non smetteva di nevicare da un bel po', dato che il terreno era totalmente coperto da un soffice strato di coltre bianca in cui gli zoccoli dei cavalli affondavano appena appena, essendo i loro padroni leggeri e quasi privi di peso. E, oh! Com'era bello respirare di nuovo aria pulita! Mi alzai totalmente dalla mia posizione reclinata e inspirati quella pungente aria fresca a pieni polmoni: rabbrividii di gioia non appena raggiunse il mio petto. Legolas, credendo che avessi i brividi per il freddo, si avvicinò di più a me parandomi totalmente la schiena a mo' di coperta. Il calore del suo corpo fu un piacevole contrasto con il gelo dell'aria esterna.
Ma quando stavo per pensare che non avevo mai visto paesaggio più bello, ecco che un altro scenario altrettanto meraviglioso apparve. La schiera raggiunse un ponte che si ergeva su un Fiume Selva dall'aspetto completamento diverso dall'ordinario: l'acqua, che di solito scorreva veloce e violenta, era in quel momento immobilizzata da un spessa e lucida lastra di ghiaccio. Aldilà del ponte vi era il motivo del mio secondo stupore: nel fianco di un pendio scosceso totalmente ricoperto e nascosto da alberi innevati vi era l'apertura di un'enorme caverna, serrata da due massicci portoni di legno lavorati con motivi di foglie. Eravamo arrivati ai cosiddetti Portali del Re. Molte volte avevo fantasticato su come doveva presentarsi l'entrata nella città sotterranea di Elu Thingol, Menegroth, e ciò che avevo davanti poteva benissimo sovrapporsi a quello che avevo per anni immaginato.
Non appena Thranduil si avvicinò alle porte, esse si aprirono senza che lui avesse bisogno di fiatare. Sfilammo tutti oltre quei colossi di legno e la luce passò dall'essere bianca ad un arancione caldo. Quando la retroguardia della schiera entrò, così come si erano aperti, i due portoni si chiusero subito dietro con un tonfo sordo.
Avevamo imboccato un tunnel completamente rischiarato da calde torce e dall'alta volta. Non si aveva completamente la sensazione di essere entrati in una caverna, tanto areata e piena di luce era la via. La seguimmo per un bel po', fino a quando non ci ritrovammo in una sorta di cortile che, terza meraviglia, era stato scavato in modo tale da lasciare il tetto aperto al cielo. Era grandissimo, di struttura circolare, pieno degli stessi faggi che abbellivano il viale di entrata. Al centro vi era una fontana che in primavera doveva di certo essere piena di acqua zampillante, ma che in quel momento era totalmente cristallizzata in ghiaccio trasparente. Come un chiostro, tutte le altre costruzioni si affacciavano sul cortile con dei sistemi di archi a sesto acuto o con porte di ferro battuto o di legno massiccio.
Tutti coloro che erano rimasti nel Regno, si riversarono nel cortile a gioire per il ritorno del re, del suo erede e dei superstiti. Vidi molti additare a me curiosi e mormorare parole di stupore nei miei confronti.
«Adesso possiamo smontare, Elendínen», disse Legolas.
Ben felice di poggiare di nuovo i piedi al suolo, scesi da cavallo e mi stirai per svegliare i muscoli indolenziti. Mentre ero impegnata ad allungare le braccia al cielo come a volerlo toccare, mi senti sfiorare da dietro.
Era Arthyen che mi aveva toccato leggermente con la sua fronte.
Gli presi il muso tra le mani e gli parlai: «Bravo, Arthyen. Sei stato fedele. Sono sicura che qui verrai ricompensato ottimamente da questi bravi Elfi»
Lui mosse la criniera e mi sbuffò tra le mani ed io gli sorrisi di rimando. Proprio in quel momento uno stalliere mi venne in contro e prese le redini di Arthyen dicendomi: «Porterò il tuo cavallo nelle scuderie e i tuoi bagagli saranno recapitati direttamente in camera tua, così come mi è stato ordinato dal mio Re»
Lo ringraziai profusamente e raggiunsi nuovamente Legolas.
«Questo posto è incantevole! La cura che voi Elfi avete dei luoghi in cui vivete è da ammirare e imitare: riuscite a ricavare ambienti ameni anche dai posti più scomodi», gli dissi.
Legolas rispose: «È desiderio di tutti noi estendere la nostra influenza su tutto Bosco Atro, così da poterlo riportare agli antichi splendori. Adesso che il Bianco Consiglio ha sgominato il Negromante da Dol Guldur, sarà più semplice poter risanare questa foresta. Sempre che egli non ritorni», e si oscurò leggermente in viso al solo pensiero. Poi continuò: «Comunque non hai ancora visto il palazzo del Re, dove alloggerai. Spero ti piacerà»
A tal proposito Re Thranduil ci raggiunse e si rivolse a me: «Se vuoi seguirmi, Erewen, entriamo nel mio palazzo. Sarai di certo stanca, lo siamo un po' tutti. Ti verrà presto mostrata la tua stanza, così che tu possa riposare prima del banchetto di ritorno. Lo so che tutti siamo troppo esausti per festeggiare, ma non posso deludere il mio popolo che ha preparato questo convivio in onore di chi è tornato. Quindi ti pregherei di presenziare e ti prometto che non durerà a lungo. Poi potrai riposare per quanto desideri»
«Non mancherò, hai la mia parola. Approfitterò di questo piccolo lasso di tempo per recuperare le energie necessarie. L'aria che si respira qui mi ha già ristorato a sufficienza, non ho motivo per non essere presente. Fammi strada, ti seguirò all'interno della tua dimora».
Detto ciò, Thranduil superò la fontana e, proprio dirimpetto ad essa, varcò un cancello di ferro che si immetteva in un ulteriore tunnel. Solo io e Legolas lo seguivamo e mi sentii onorata per il trattamento che stavo ricevendo da parte di un re elfico. Thranduil si stava comportando egregiamente e sperai vivamente che suo figlio non rimanesse insensibile davanti a tutto ciò.
Camminavamo in fila indiana lungo il tunnel, Thranduil in testa e Legolas subito dietro di me. Ogni tanto mi voltavo indietro per essere sicura di non essere in un sogno e lui mi sorrideva incoraggiandomi ad andare avanti ogni volta. Notai che man mano che procedevamo la galleria si allargava e diventava più ariosa, mentre il tetto si allontanava sempre di più dalle nostre teste verso l'alto. Infine il tunnel si allargò completamente e cessò di essere tale, espandendosi e diventando una grande sala illuminata da calde luci autunnali. E la meraviglia che provai al vederla superò di gran lunga tutte le altre che avevo provato poco prima. L'interno della sala era difficile da abbracciare con gli occhi, talmente era vasta. Tronchi di albero la riempivano, architetture ricavate dal legno la abbellivano; dei piccoli laghetti artificiali ricavati scavando nella superficie la impreziosivano come gemme in un collare: era come una foresta in una foresta, solo che quest'ultima era stata costruita dalla mano di quelle splendide creature. Dei sentieri attraversavano la sala, alcuni portavano oltre essa, agli alloggi e alle altre stanze immaginai, mentre quello principale saliva dritto dritto fino ad arrivare in una sorta di piano rialzato: su di esso vi era un trono di legno intrecciato che, altero e severo, rispecchiava in tutto il proprio re.
«Non ho parole per descrivere tale splendore», dissi piano ancora sopraffatta da ciò che la mia mente stava registrando.
«Sono lieto che la mia dimora sia di tuo gradimento e ti prego di considerarti a casa mentre sarai mia ospite sia adesso che in occasioni future. Spero che l'alloggio che ti abbiamo riservato sia altrettanto soddisfacente. Ti chiedo di essere pronta quando la luna sarà alta nel cielo», disse Thranduil. Poi si rivolse al figlio: «Legolas, per favore, potresti scortare Erewen alla sua stanza? Ho molto qui da fare e consiglio anche a te di riposare: per stasera non ho bisogno del tuo aiuto»
«Sì, padre», rispose Legolas e mi prese per un braccio per guidarmi.
Imboccammo uno di quei sentieri che avevo adocchiato prima e mentre mi accompagnava, la sua mano scese dal braccio fino ad intrecciarsi con la mia. Lo seguii in silenzio, mentre lo scenario intorno a me cambiava: imboccammo un corridoio nel cui fondo vi era una porta, mentre a metà di esso sulla parete destra vi erano delle scale che scendevano giù.
«Dove portano quelle scale?», chiesi curiosa.
«Alle prigioni», rispose Legolas, «Lì avevamo rinchiuso i Nani. Domani te le mostrerò e ti farò anche vedere da dove sono scappati. Non riesco ancora a credere come un semplice perian abbia architettato tutto questo, come si sia nascosto così bene e soprattutto come sia riuscito ad entrare e ad eludere la nostra sorveglianza. Non finirò mai di stupirmi»
Io avevo un'idea a proposito e supponevo che quel suo anello magico avesse aiutato Bilbo a non farsi scoprire, ma tacqui. Era un suo segreto dopotutto e non dovevo essere io a svelarlo.
«Gli Hobbit sono pieni di sorprese, del resto Mithrandir l'avrà scelto per un motivo. Mi fido del suo giudizio», replicai.
Legolas annuì. Nel frattempo eravamo arrivati alla porta che chiudeva il corridoio. L'elfo la aprii spingendola e un altro sentiero si allungò davanti a noi, solo che questo era costellato a destra e a sinistra da altre porte.
«Qui ci sono tutte le camere. L'ultima porta di fronte a noi porta in quella di mio padre, mentre le altre sono riservate agli ospiti e ad alcune delle guardie che vivono in questo palazzo. Al momento ce ne sono solo due occupate da sentinelle dato che Tauriel se ne è andata e non abbiamo ospiti da un bel po'», mi spiegò, «Tutti gli altri vivono in costruzioni adiacenti e che hai visto affacciarsi nel cortile esterno, oppure sparsi nella foresta qui nei dintorni»
Superammo di poco la metà di corridoio e si fermò davanti ad una porta a sinistra. Mi consegnò una chiave.
«Questa è la tua stanza. Solo tu hai la chiave. Se hai bisogno di qualunque cosa, puoi bussare quando vuoi alla mia porta. La mia stanza è proprio di fronte a questa, non puoi sbagliarti. Le prime due porte del corridoio invece sono delle guardie. Ti occorre qualcuno che ti aiuti, una domestica, oppure preferisci fare tutto da sola?»
«No, sto bene così, grazie», risposi.
«Benissimo. Un'ora prima di presenziare al banchetto, busserò alla tua porta, così che tu possa prepararti ed essere pronta in tempo. Troverai tutto ciò che ti occorre all'interno. Quando avrai finito passa da me e ti accompagnerò»
Poi mi accarezzò il viso e sempre tenendo la sua mano su di esso, abbassò la sua testa su di me. I suoi lisci capelli biondi si fusero con le mie onde castane e le nostre labbra si incontrarono ancora una volta. Legolas alla fine si staccò e lo lasciai andare via a malincuore. Quei momenti non mi sembravano mai abbastanza e pensai che avevo vissuto tanta vita senza tenerezze e adesso che le avevo scoperte non volevo che finissero mai. Ah, come cambia l'amore!
Gli diedi le spalle ed infilai la chiave nella toppa della porta. Lui stava aspettando che io entrassi per prima e mi guardava dalla soglia della sua stanza. La spinsi, entrai e mi girai subito per chiudere la porta. La richiusi piano piano, quasi non volendo che il viso di Legolas sparisse dalla mia vista. E lui se ne stava lì, a guardarmi in modo intenso, fino a quando il marrone scuro della porta che si chiudeva non mi celò del tutto la sua figura.
Mi appoggiai all'uscio, quasi senza fiato, spiazzata da tutte le emozioni che avevo provato durante quel giorno. Non prestai molta attenzione alla camera, né al momento seppi apprezzarne la spaziosità e l'arredo. Visualizzai subito il letto, mi tolsi tutti i vestiti e appoggiai la tiara sul comodino sciogliendomi completamente i capelli.
Le morbide coperte del letto mi accolsero completamente, ed io sorrisi beata al loro contatto e realizzai che non dormivo su di un vero letto dalla notte in cui il Governatore aveva dato la famosa festa. Abbracciai con gioia la comodità del letto e il sonno che non tardava a sopraggiungere e, prima di cadere vittima di esso, pensai che in fin dei conti potevo pure abituarmi a tutto quello.

Uscii dal sonno dolcemente e mi ritrovai distesa di lato abbracciata al cuscino. Mentre ritornavo dalla vita onirica, un sorriso mi si distendeva sulle labbra al pensiero di dove mi trovavo e dei mesi invernali che sarebbero seguiti. In quel momento mi ero quasi dimenticata di ciò che mi aspettava finita la stagione fredda: ero solo contenta di essere in un posto incantevole insieme ad una persona a cui tenevo molto. E se non avessi avuto quell'angolino di insicurezza e di dubbio dentro di me, sarei di certo stata la creatura più felice della Terra di Mezzo. Mi sollevai a sedere e notai che vicino al letto vi era una vestaglia di seta adagiata su di una poltrona di velluto rosso. Mi alzai e, scendendo dal letto, trovai delle morbide scarpe da camera che i miei piedi calzarono alla perfezione. Indossai la vestaglia, così da coprire le mie nudità, e ammirai per la prima volta la stanza rischiarata dalle candele. I colori caldi e terrosi facevano da padrone, rendendo la camera accogliente e rilassante. Il letto su cui avevo dormito era enorme, pieno di soffici coperte e la struttura era tutta ricavata da alberi di noce. Tutti i mobili all'interno erano stati creati dagli stessi e, oltre ai comodini e alla citata poltrona, vi erano un baule proprio all'estremità del letto, uno specchio a figura intera, un angolo con tutti gli articoli da toletta e pure una vasca già riempita con acqua che ormai era sicuramente freddata ed infine un enorme armadio. Guidata dall'istinto e dalla curiosità mi mossi verso di esso e lo aprii: con mia enorme sorpresa era pieno di vestiti talmente incantevoli da togliere il fiato. La mia mano li scorse ad uno ad uno e fu un piacere tattile passare da una stoffa all'altra: i miei polpastrelli saggiarono broccati di seta, velluti, tele di damasco, chiffons, pizzi, merletti e tanti altri tessuti che non riuscii a catalogare.  E mentre ero lì, intenta a mirare quegli splendori ancora incredula che fossero lì a mia disposizione, i lumi sui candelabri appoggiati sul cassettone si spensero. Mi morsi un labbro per quella disattenzione: li avevo lasciati accesi prima di andare a dormire, talmente ero stanca, e adesso le candele si erano completamente consumate. Ma non restai completamente al buio, perché in alto di fronte alla porta, scavata nella roccia vi era una finestrella con una inferriata atta a proteggere dai pericoli dell'esterno. Da essa filtrò un raggio di luna che fu sufficiente ad illuminare parte della stanza. Allora rimasi così, con la luce naturale del cielo, che rendeva tutto più suggestivo. E fu quel bianco raggio lunare a suggerirmi cosa indossare per quella serata: esso infatti cadde all'interno dell'armadio e si adagiò su di una veste colore della notte dal tessuto talmente lucido che rifletté quella luce argentea come un vera volta stellata. La seta del vestito frusciò tra le mie mani quando lo presi e lo adagiai sul letto per osservarlo meglio: era smanicato, con un corsetto che nella scollatura aveva delle preziose gemme argentate sapientemente applicate sopra; la gonna scendeva lunga e sinuosa senza altri ornamenti se non lo splendido tessuto setoso di cui era costituita; le argentee pietre preziose erano altresì cucite sulla fibbia della cintura e sul manto di chiffon, che nel collo ne era completamente ricoperto. Senza esitazioni lo indossai e andò a definire il mio corpo dalle forme non molto accentuate fasciandolo nella parte superiore e scivolando morbidamente sulle gambe.
Mi sentii come una regina degli Elfi dentro quel vestito e con un sorriso che non cessava di sparire dal mio volto, iniziai ad intrecciare alcune ciocche di capelli e a fermarle all'indietro tra di loro. Mentre ero assorta in questa operazione, qualcuno bussò alla porta.
Sicuramente era Legolas che veniva a ricordarmi di prepararmi per il banchetto.
«Entra pure!», dissi a voce alta, «La porta non è chiusa a chiave»
La maniglia si abbassò e, come avevo intuito, la testa di Legolas fece timidamente capolino dalla porta pudicamente aperta.
«Legolas, entra!», lo invitai ulteriormente dato che esitava, «Ho quasi finito...», aggiunsi.
Lo guardai entrare attraverso lo specchio e la luce lunare lo illuminò. Anche lui aveva deciso di indossare il blu e sorrisi per quella banale coincidenza. I suoi capelli biondi risaltavano maggiormente sulla sua veste che era quasi della stessa tonalità delle sue iridi. Era perfetto ai miei occhi e non riuscivo a capire come la sua perfezione potesse aver trovato sintonia con un essere talmente imperfetto da non avere praticamente origine e fine.
Finii subito di intrecciare i capelli e mi alzai dirigendomi verso il comodino dove avevo lasciato la tiara e la indossai.
Mi sembrò strano che Legolas non avesse detto nulla e allora mi girai verso di lui per scoprire cosa avesse catturato la sua attenzione. Rimasi doppiamente stranita quando compresi che il motivo del suo essere ammutolito altro non era che la sottoscritta. Allora arrossii fino alle punte delle orecchie, tanto non era abituata ad essere al centro dell'attenzione e per sdrammatizzare il mio imbarazzo, mi diressi verso la luce che la luna proiettava a terra e girai su me stessa ridendo come una bambina. Il mio riso contagiò Legolas che lo ricambiò con una sonora risata. Poi dissi:
«Qui nel Reame devono esserci dei sarti prodigiosi! E le stoffe sono altrettanto meravigliose! Ah, la magia di questo posto fa rimanere senza parole anche il suo Principe!»
«Ti sbagli», replicò Legolas, «la magia che mi ha piacevolmente stordito sei tu»
Nessuno mai mi aveva rivolto così belle parole e non sapevo come replicarle. Avevo il timore di dire qualcosa di sbagliato. E poi lui mi ricordò che non c'era niente da temere e che i gesti e gli sguardi erano ugualmente importanti. Così mi venne incontro, prese le mie mani tra le sue e se le portò alle labbra. Ed io mi strinsi a lui, la mia testa sul suo petto all'altezza del cuore. Perché era lì che arrivavo con la mia poco slanciata statura, combinazione che al momento era perfetta. E lì, in quel porto sicuro, ebbi il coraggio di pronunciare queste parole:
«Oh, Legolas! Vorrei che questa stagione non terminasse mai! Mai inverno ha recato tanta vita e felicità!»
«Perché accontentarsi di una stagione quando si può amare per l'eternità? Nessuno potrà mai impedircelo. Potranno strapparci tutto, anche la vita stessa, ma esso continuerà imperituro oltre queste lande, verso Ovest»
«Ma Legolas, perché credi che anche io possa raggiungere Valinor? Degli Elfi non ho il sembiante e degli Uomini sembro non condividere l'incerto destino. Non puoi essere certo di quale potrà essere il mio fine ultimo»
«Un essere così luminoso non può non essere stato creato per allietare i Valar, ragion per cui tornerai all'origine. Quando partirò dai Porti Grigi tu sarai al mio fianco e nessuno potrà affermarne il contrario. Ma è ancora presto per affrontare un tale discorso: abbiamo tanta vita davanti a noi e tanta strada da percorrere insieme. Godiamoci questo lieto presente, viviamo nella felicità di esso: l'incerto futuro ha un appuntamento ancora lontano. E adesso andiamo, non facciamo aspettare mio padre: raccogli il tuo mantello e presenziamo al banchetto», e mi baciò sui capelli.
Mai parole furono più fatali.

Il banchetto si svolse in modo piacevole e rilassante. Era stato tutto allestito fuori, nel cortile che avevo visto quando ero arrivata. Alla luce lunare il ghiaccio della fontana sembrava luccicare e faceva apparire il luogo come sotto ad un propizio incantesimo.
Avevano posizionato i tavoli a formare un rettangolo e al centro di esso vi era quello destinato al Re e al suo Erede. Quando Thranduil e Legolas mi fecero accomodare in quella stesso tavola, alla sinistra del Re stesso, mi sentii onorata di tanto riguardo. Non avrei mai sognato un trattamento simile. Prima di iniziare con le varie portate di cibo, Thranduil esordì con un breve discorso, ringraziando tutti coloro che si erano prodigati nell'organizzare quella piacevole serata e soprattutto ringraziò tutti gli Elfi che avevano preso parte alla Battaglia. Poi, cambiando registro, ricordò tristemente coloro che avevano trovato la morte e dedicò quei festeggiamenti alla loro eterna memoria. Infine cantò il coraggio di Legolas, menzionò anche di sfuggita Tauriel rassicurando i presenti sulla sua assenza e spiegando che aveva scelto di seguire una strada diversa. In conclusione, notando che tutti gli sguardi dei commensali si dirigevano interrogativi verso di me, disse loro tali parole:
«Da ultimo, i miei elogi e ringraziamenti vanno alla donna che condivide il tavolo d'onore, Erewen di Pontelagolungo. È anche grazie alle sue azioni che molte conseguenze positive di questa guerra hanno avuto luogo. Perché ebbene sul suo capo brillano le Gemme Unificatrici di Popoli ed ella è testimone di un grave giuramento», vi fu un mormorio di sorpresa e di ammirazione che Thranduil placò con un gesto della mano, «Ella sarà mia ospite per tutta la durata dell'inverno ed è mio desiderio che venga trattata da tutti voi come una della nostra schiatta, con rispetto e alla pari. E se un giorno ella avrà desiderio di vivere tra di noi in maniera definitiva, sarà accolta con tutta la mia benedizione e farà parte irrevocabilmente della mia famiglia. Spero vivamente che quel giorno non rimanga solo una chimera», e con quella palese allusione ad un futuro con suo figlio, concluse il discorso e il banchetto ebbe inizio.
Non riuscii a vedere la reazione di Legolas alle parole del padre, poiché egli sedeva alla destra di Thranduil e mi era quasi del tutto celato alla vista, ma la mia si diffuse sul mio viso con una gradazione porpora. Sentivo la faccia bruciare, nonostante il freddo invernale, ma non per l'imbarazzo, bensì per l'inadeguatezza. Ero riuscita a farmi accettare da Thranduil, passando da una fase avversa ad una decisamente benevola, ma non riuscivo comunque a sentirmi alla sua altezza. Ero sicura che lui stesse cercando di accettarmi ancora di più per riacquistare fiducia nei confronti del figlio, e che tutto quell'entusiasmo era diretto più a lui che a me. E di questo gli ero grata. Sperai solo che Legolas non fosse rimasto impassibile davanti a quel discorso e che avesse afferrato il senso di tutto il suo comportamento.
Mentre servivano la prima portata, sentii il bisogno di esternare i miei pensieri al Re.
«Sedere alla tua tavola, ricevere tali parole... non riesco ancora a capire perché meriti tutto questo. Non posso che ringraziarti dal profondo del cuore», gli dissi.
Thranduil rispose: «Credo di essere io invece a doverti ringraziare. Per la seconda volta. Stai rendendo mio figlio felice, da un po' di tempo un'ombra era calata sui suoi occhi e tu sei riuscita a dissolverla. Non voglio essere nuovamente cieco e quindi ti do la mia benedizione: Legolas è orgoglioso di averti accanto e lo sarò anche io. D'ora in poi il suo benessere sarà di primaria importanza per me. E tu hai dimostrato tutto il tuo valore e, come ti ho già detto in precedenza, sono riuscito ad apprezzare il tuo modo di essere diversa. Quindi, grazie a te», e si rivolse poi a suo figlio intendendo chiudere definitivamente quel discorso.
Così mi concentrati sulle fresche vivande che ci venivano portate e che spaziavano dalle carni più gustose e ricercate, ai frutti più semplici e ugualmente prelibati.
Il resto della serata fu allietato da soave musiche di arpe e canti quasi spirituali che si sollevavano dai commensali. Ma nessuno danzò, perché molti furono i lamenti levati per i caduti. Ma si rise ugualmente, perché insieme alla tristezza, sopraggiungeva la gioia dei sopravvissuti e dei bellissimi ricordi di chi aveva attraversato il confine.
Seppur piacevole, il banchetto non durò a lungo come promessomi da Thranduil: tutti erano esausti e un meritato riposo ci aspettava. Così ci ritirammo presto nelle nostre stanze senza ulteriori parole.
L'unico fatto che mi dispiacque furono le mancate occasioni per poter stare insieme a Legolas. Divisi dalla figura di Thranduil e non essendoci alzati per tutta la durata dei festeggiamenti, non avemmo modo nemmeno di lanciarci dei piccoli sguardi. E quando tornammo nelle nostre stanze, la situazione non fu più favorevole di prima: Thranduil in persona ci fece strada verso gli alloggi e anche le due guardie che dimoravano nello stesso corridoio ci seguirono. Così ci salutammo tutti con una fredda “buonanotte”.
E l'agonia fu più feroce che l'essere lontani miglia e miglia, poiché non potersi sfiorare quando si è a due centimetri di distanza è di certo più crudele e penoso.

Rientrata in camera, mi spogliai subito e dal mio bagaglio tirai fuori ed indossai una delle mie camicie da notte. Per fare giustizia al luogo, scelsi la più ricercata che possedevo e che avevo acquistato da un mercante straniero in uno dei giorni di fiera ad Esgaroth. Sciolsi dai vincoli i miei capelli e li pettinai con cura, lasciandoli completamente liberi per la notte. Poi cercai il mio fido taccuino in uno dei miei sacchi e, trovatolo, lo portai con me sotto le coperte per poter annotare prima di dormire tutto ciò che era successo durante quella inconsueta giornata.
Quando ebbi terminato, ebbi cura di spegnere la candela e mi coricai accoccolandomi in posizione fetale sotto una miriade di coperte: se la serata era stata caratterizzata da un freddo piacevole, la notte era veramente rigida e gelida. Ma riuscii a riscaldarmi quasi subito e, allora, confortata da quel calore, chiusi gli occhi e cercai di scivolare nel mondo dei sogni.
Tuttavia per quanto fossi esausta e il letto fosse morbido e accogliente, non riuscii a prendere sonno. Mi rigirai mille volte, cambiando sempre posizione ed esplorando tutti i lati di quell'immenso letto, riuscendo solo ad innervosirmi ancora di più zittendo per sempre quella piccola vocina che cercava di sussurrarmi una ninnananna dentro di me.
Ma a tenermi sveglia non era né il freddo, né l'eccessiva stanchezza, né il dormire in un posto nuovo: avevo affrontato situazioni ben peggiore nella mia vita, riuscendo ad assopirmi anche nei luoghi e nelle circostanze più impensabili. Era un sensazione che durante l'arco della mia esistenza era nuova e si accendeva sempre di più, togliendomi il sonno e la tranquillità.
Dopo alcune ore che furono più torturanti di una lancia conficcata in un fianco, decisi di alzarmi e di andare fuori a guardare il cielo. Era una pratica che riusciva sempre a rasserenarmi e placarmi, e magari mi avrebbe conciliato il sonno. Così indossai la vestaglia sulla camicia da notte e uscii da quella stanza, portandomi dietro il candelabro nel caso fuori ci fosse stato troppo buio. Ma appena uscii dalla mia camera mi bloccai. Notai la porta che si apriva sull'alloggio di Legolas e, intristita dal fatto che durante il convivio non avevamo avuto l'occasione di interagire minimamente, fui spinta ad abbassare la maniglia e ad entrare.
Non fui in grado di spiegarmi il perché di quell'azione, anzi, mentre spingevo cautamente la porta all'interno mi ero già pentita di quel gesto insensato; ma sicuramente lui era già tra le braccia del sogno, quindi non mi avrebbe vista per fortuna.
Appena fui dentro, la candela rischiarò la stanza altrimenti buia, che aveva la stessa conformazione di quella che era stata assegnata a me, ma era arredata in maniera più sontuosa. La mia luce si proiettò sul letto, sul quale erano adagiate alcune coperte di pelliccia. Ma se nella mia mente mi ero raffigurata Legolas mentre dormiva beatamente con i capelli dorati sparsi sul cuscino, grande fu la mia sorpresa nel trovarlo completamente vigile.
Vi erano delle leggende che circolavano sul conto degli Elfi e che narravano di come non erano soliti dormire. Invece l'esperienza mi aveva insegnato che dormivano sì, ma recuperavano presto le energie e a volte si riposavano con gli occhi spalancati. Ma in quel momento, nessuna delle due situazioni si poteva abbinare al caso.
Lo trovai seduto sul letto, con la schiena appoggiata alla spalliera, a torso nudo e le gambe completamente nascoste sotto le coperte; i suoi occhi intensi luccicavano al buio della camera ed erano l'unica fonte di luce sul suo viso, dato che la mia candela non arrivava a rischiararlo del tutto. Un brivido inatteso mi attraversò la schiena, ma non di paura, bensì di gioia.
«Oh, scusami, non volevo entrare e disturbarti, solo che non potevo dormire e quindi avevo pensato di andare fuori ed ammirare le stelle... Poi ho visto la porta della tua camera e volevo accertarmi che tu stessi dormendo e...», balbettai quelle parole che sicuramente non fecero altro che confondere quella povera anima.
Avevo una mano ancora sulla maniglia della porta che avevo socchiuso, pronta a spalancarla per scappare via, ma il resto del mio corpo era proiettato dentro in un'espressione che significava in modo palese il disastro che avevo appena combinato.
Ma Legolas sorrise di buon cuore dei miei farfugli e disse:
«Chiudi la porta»
Eseguii.
«Vieni qui»
Eseguii.
«Sdraiati accanto a me»
Appoggiai il candelabro sul comodino, spegnendo la candela con un soffio leggero, mi tolsi la vestaglia lasciandola scivolare sul pavimento, ed eseguii.
Mi infilai sotto le coperte, accanto a lui. Legolas mi passò un braccio sulle spalle, stringendomi a sé ed io appoggiai una mano fredda sul suo addome caldo. E allora fu il suo turno di rabbrividire.
«Non riuscivo a dormire», ripetei piano.
«Nemmeno io, Fronte Stellata», rispose Legolas guardando in basso verso di me.
Poi una forza magnetica ci attrasse reciprocamente e Legolas mi baciò, prima dolcemente, poi con passione, fino a quando le nostre anime non si sovrapposero l'una all'altra e non divennero un'unica luce.
 
 
 
(Anonymous) on October 15th, 2015 05:47 pm (UTC)
Commento cap. 8
Mia cara, se tu fossi fuggita con Legolas avrei compreso e non ti avrei certo biasimata ahahah!
Eléndinen ha fatto bene a chiarire con Legolas l'esatta natura del suo rapporto affettivo con Thorin, non devono esserci ombre tra lei e il suo amato Elfo.
Il viaggio verso il palazzo sotterraneo di Thranduil e l'arrivo sono ben descritti e fanno venir voglia di andarci LOL Anche se, a dirla tutta, il mio regno elfico preferito è Lothlorien, però non mi spiacerebbe fare un giro nel Reame Boscoso e incontrare Thranduil, Legolas e gli Elfi Silvani tutti.
Thranduil che cerca di ricucire il rapporto col figlio è tenerissimo e rivela tutta la bontà del suo cuore che ha tenuto celata fin troppo a lungo e con troppe persone, perfino Legolas; spero davvero che il principe sia disposto a cogliere le sue aperture e a ricambiarle.
Pofferbacco, Eléndinen nel letto di Legolas... solo per dormire, o i due innamorati andranno "oltre"? Lo scopriremo sicuramente nel prossimo capitolo...
A presto!
Lady Angel
Lady Turner: Thorin Oakenshieldlady_turner on October 16th, 2015 12:44 pm (UTC)
Re: Commento cap. 8
Hahaha, menomale che mi capisci!
Io proprio non riesco a decidere quale regno elfico sia il mio preferito, perché nemmeno Imladris scherza! Diciamo che tutto quello che è toccato dagli Elfi mi piace e mi fa sentire in pace.
Per quanto riguarda il tuo ultimo commento, non credo che spiegherò oltre: mi piace rendere il tutto un po' velato e delicato, a libera interpretazione. Anche se quell'ultimo bacio non credo che lasci tanto spazio ad immaginare quello che possa essere successo, lol!

Come sempre, grazie mille per il tuo bellissimo commento e per i tuoi consigli che sono sempre preziosi! ♥
A prestissimo!

Edited at 2015-10-17 02:44 am (UTC)
Lady d'Arbanvillelacrimadargento on October 17th, 2015 01:53 am (UTC)
Gli occhi mi fanno "pupi pupi". :D
E no che non sei fuggita con Legolas, altrimenti ti avrei lanciato appresso pulipù. ;)
Mammina che capitolo! E che è, che ti sei letta prima, Manzoni o Hugo? Ci mancava solo che raccontassi la storia di come era stato costruito il regno di Thranduil! XDXD
Comunque, alla fine devo ammettere che lo hai scritto e descritto veramente bene, ad un certo punto mi sono sentita pure io catapultata in quel mondo (anche se io avrei preferito la montagna con un certo nano majestic).
Me, me, meeeee!!! Ca' i cosi serii si ficiunu. E com'è sta cosa? Ma divennero un'unica luce per quello che penso io o perchè "mossunu tutti rui"? :D
A parte gli scherzi, questo capitolo è bello in ogni sua parte, brava.
Lady Turner: Will Turnerlady_turner on October 17th, 2015 06:50 pm (UTC)
Awww, perché Pulipù è sempre nei nostri discorsi? XD
Oddio, Hugo mi ha influenzato troppo, hai ragione! XD Spero di essere meno prolissa la prossima volta!
Grazie mille per i tuoi complimenti, sono contenta che sono in un qualche modo riuscita a coinvolgerti: credo sia un po' l'obiettivo di ogni scribacchino! :)
Embé, la Montagna l'ho lasciata sgombera per te, quindi approfittane, hahaha!
Eeeeeeh, ma quanto vuoi sapere? Come dice Hugo, quel che succede nella camera da letto deve rimanere segreto! :P Comunque, fosse stata la vera Elendìnen, sarebbe probabilmente morta! XD
Grazie ancora! ♥